martedì 19 novembre 2013

episodici no

episodici no
ai combustibili spenti
alla gola mirare più in alto
quando brucia la casa del padre
a seconda delle fonti
trasferiti in salotto
deportati in salotto
se siamo almeno in due
e non più di due
per una felicità messa a norma
per uno specchio più conforme
ai combustibili spenti

domenica 17 novembre 2013

cinesi

quando saremo cinesi
canteremo canzoni cinesi
andremo in giro a ammazzare i cinesi
avremo pensieri cinesi
ricordi e speranze cinesi
saremo post-comunisti alla maniera dei cinesi
guarderemo il mondo da cinesi
senza sapere di essere cinesi

giovedì 14 novembre 2013

inseparabili

siamo abili nella composizione dei morti
i camion scaricano i viveri in mezzo alle strade
come possiamo proteggere questi momenti?
si preoccupava che l'orgasmo avvenisse al contempo

sparano i lacrimogeni facendo salotto
momenti che non durano per sempre quasi mai
lasciano rughe profonde nello spazio tra i volti
sarebbe terribile sopravviversi l'uno all'altra

il libro della gioia è trascritto sulle mani
a disposizione di tutti con quei denti sul palmo
il pensiero non può neanche pensare la possibilità
bisogna bloccare il passaggio a livello mettendosi in mezzo

il vento oggi ha scosso gli alberi ha scardinato il tetto
bambini ci guardano da in fondo al tunnel con gli occhi grandi
dopo il miracolo non puoi più permetterti il lusso
è il momento di concedersi alla commozione

intrappolati a reciproche mani

orecchie d'elefante per foderarsi nel sonno
lembi d'orecchie morbide per farsi un paio di scarpe
adatte a traversare le acque profonde
fino a raggiungere indenni la terza sponda

anche i vecchi sono stati bambini
nonostante i ritratti impietosi di domani
si uccide ogni volta che si può
come zanzara il segreto dell'anima

non siamo noi stessi non siamo gli altri
qui si sorseggiano bevande calde
che ti rimettono al mondo in un istante
saremo salvi in un gioco di sguardi


* l'incipit fa riferimento alla graphic novel di Giorgio Fratini Sonno elefante

lunedì 11 novembre 2013

Gli aspiratori


Gli aspiratori cessarono di funzionare alle 17.30 del primo mercoledì di novembre. Dopo mezz’ora la città era in subbuglio. Dagli altoparlanti pubblici e attraverso i telefonini privati veniva diffusa la raccomandazione di stare calmi e se possibile chiudersi in casa finché il guasto non fosse stato riparato. Ma a notte fonda si sparse la voce che gli operai specializzati avevano dovuto interrompere gli infruttuosi tentativi di riparazione per le gravi difficoltà respiratorie e tutte le operazioni di ripristino si erano fermate finché non era arrivata un’altra squadra a sostituire la prima.
“Questa volta ci siamo,” disse Roberto a Claudia, tenendo lo sguardo fuori dalla finestra, verso la strada. “Ci siamo cosa?” fece Claudia nervosa. La città si stava coprendo di una cappa plumbea di fumi e gas inquinanti grigi e verdastri. La visibilità si riduceva di minuto in minuto e dal loro appartamento al settimo piano era ormai impossibile intravedere la strada o altri palazzi. “Ci siamo,” ripeté Roberto senza aggiungere altro. Non era necessario.
“Domani tutte le attività lavorative saranno sospese per consentire ai cittadini di restare chiusi in casa. Non uscite se non per assolute emergenze. Non aprite le finestre finché gli aspiratori non torneranno in funzione. I tecnici sono al lavoro.”
“Avevano detto che era impossibile che si spegnessero tutti contemporaneamente,” disse Claudia. “Avevano detto che era matematicamente impossibile,” precisò.
“La matematica contempla tutte la variabili tranne la R,” affermò Roberto senza staccare gli occhi dalla finestra. “Sarebbe?” fece Claudia. “Il fattore Realtà,” concluse lui inespressivo.
La mattina successiva alcune persone erano già morte. Roberto non riusciva più a parlare, aveva la bava alla bocca e gli occhi sgranati. Stava riverso sul tappeto, Claudia cercava di rialzarlo, ma non ci riusciva, era troppo pesante, e lei troppo stremata. Si lasciò cadere accanto a lui e restò lì distesa a occhi chiusi. Sentiva la forza vitale che scemava lentamente. Con enorme sforzo fece scivolare una mano sul tappeto fino a raggiungere il corpo di Roberto, una parte di lui, un ginocchio. Usò le ultime energie per fare una piccola pressione, una specie di carezza. Le sembrò che lui avesse un sussulto. Lo interpretò come un ti amo anch’io, amore.
Poche ore dopo iniziarono a scendere dalle montagne che circondavano le estreme periferie a est. Uscirono dalla foresta, ma probabilmente provenivano da molto più lontano. Forse dallo spazio, pensò qualcuno che ancora resisteva appoggiato ai vetri delle finestre.
Piombarono a milioni sulla città ed entrarono in tutti i palazzi, in tutte le case, entravano nelle fogne dai tombini e sbucavano dentro gli appartamenti attraverso la condutture, i water, i rubinetti, tagliavano i vetri delle finestre, forzavano le porte o passavano dagli spiragli stringendosi e allungandosi, sfondavano i tetti. In pochi minuti furono sopra ogni persona, morta o viva. Ai morti rubavano gli occhi e li divoravano, meravigliandosi delle ultime visioni umane rimaste impresse nelle curve delle loro cornee. Ai vivi si attaccavano alle bocche, ai nasi, e sfilavano i respiri aspirando con forza, per portarli nel luogo da dove erano venuti e immagazzinarli in vista dell’inverno.