domenica 31 ottobre 2010

Storia di un uomo che

Storia di un uomo che conta i colori nei libri. Perché un giorno si è accorto che a volte il maglione di Anna è grigio, il cappello di Frank è verde, e i mattoni della casa in Lousiana sono rossi. Ma più spesso, tutto ciò non ha alcun colore. E ogni volta che è nominato un oggetto, un indumento, un animale domestico, ogni volta che compare un'annotazione sui capelli, sugli occhi di un personaggio, lui si blocca – tre, quattro volte per ogni riga – resta interi minuti a interrogarsi; poi cerca di ricordare se l'informazione sia già apparsa precedentemente; ripercorre quindi all'indietro tutto il romanzo, o racconto, o saggio che sia. E quando è certo che la tale cosa è definitivamente spoglia di qualsivoglia connotazione cromatica, allora comincia a ricostruire una sua necessaria teoria: cerca di capire, scientificamente, quale potrebbe, o dovrebbe, essere il colore giusto. La cassettiera è color legno, o verniciata di bianco? O magari di rosso - il che cambierebbe completamente il senso della camera, e di ciò che vi avviene. E se fosse davvero rossa, come cambierebbe il modo di fare l'amore di Francesco e Grazia? Ma loro avrebbero mai potuto scegliere una cassettiera rossa? Forse no, ma poi il fattore casualità rende tutto inesorabilmente nebbioso e indefinibile: potrebbe essere stata regalata, o si trovava già così nell'appartamento quando è stato acquistato, e loro due da anni si ripromettono sempre di sverniciarla, ma per pigrizia e troppi impegni ancora non l'hanno fatto. Insomma, una cassettiera rossa nella camera di Francesco e Grazia è quanto di più improbabile si possa immaginare: eppure è possibile.
L'uomo cerca comunque, contro ogni buonsenso, di associare un colore, o una rosa di colori, a ogni cosa nominata, secondo una probabile coerenza rispetto all'andamento generale del racconto. Si rende conto, sempre più chiaramente, che le informazioni sui colori delle cose, nella letteratura, sono generalmente, drammaticamente, insufficienti.
Per economia e bisogno di ampliare l'indagine statistica, inizia a concentrarsi solo sulla prima pagina dei romanzi: registra che nella prima pagina di Memoriale di Paolo Volponi è specificato solo il rosso dei mattoni della casa e il bianco della neve; mentre l'incipit di Fahrenheit 451 di Bradbury si parla di una fiamma arancione riflessa negli occhi – ma il colore degli occhi non è dato saperlo -, poi di un cielo ingiallito e annerito, e di un vento reso nero dall'incendio.
Sempre di più la sua mente fronteggia, domina, contempla - sbigottita e sgomenta - la mole smisurata, il catalogo infinito, la torre biblica formata da tutte le cose incolori, impilate a catasto, che esistono nella letteratura mondiale di tutti i tempi.
Perché, perché, si chiede.
La prima volta che ha notato l'assenza di un colore in un libro, è stato il giorno in cui ha ricevuto la conferma dal medico della sua malattia neurologica, che lo condurrà in poco tempo alla cecità completa.
Perché, perché, si chiede. Che cosa sarebbe costato, all'autore, rivelare se quegli occhi sono azzurri o marroni, o neri?
Senza queste informazioni - si ripete ossessivamente, abitando ormai compiutamente la propria mania - io non posso vedere, io non posso conoscere, io non posso capire.
Se non mi dite il colore dei suoi capelli, l'intensità del rosa delle sue labbra, la posizione dei nei sulla faccia, sulle mani, sul ventre, la lunghezza e la direzione delle ciglia, io non sono.

Guerra totale

Qui, oggi
fino alla fine
dei colpi
senza ritrarsi


A nostro favore
soltanto
la bellezza
il passo d'uomo
la sconfitta
la grazia

martedì 26 ottobre 2010

Accadeva in Italia

Accadeva in Italia che il capo della polizia si chiamasse Manganelli, Antonio Manganelli, e che in quegli anni la polizia non lesinasse affatto nell'uso dei manganelli e di altri arnesi del mestiere; tanto che una dozzina di persone nel giro di poco tempo, colpevoli di niente o di assai picciol cose, persero la vita, per strada o in galera o in casa propria, sotto i colpi tirati per sport dai manganellatori agli ordini del  Comandante Manganelli.
Accadeva in Italia che il vicecapo dei vescovi si chiamasse Crociata, Mariano Crociata, e che in quegli anni la Chiesa si scagliasse contro l'islam, contro gli ebrei, contro la scienza, contro la tecnologia, contro i premi Nobel, contro i contraccettivi, contro gli omosessuali, contro i poveri, contro la scuola pubblica, contro i laici e contro gli atei, tutti i vescovi a lanciare crociate, al seguito del Monsignor Crociata.
Accadeva in Italia che Aldo Palazzeschi tornasse dall'oltretomba, per un breve momento, manifestandosi in sembianze corporee nei pressi di Ponte Vecchio, non lontano dall'abitazione che gli appartenne; e che, dopo avere fatto due passi sul lungarno perdendo lo sguardo oltre le Cascine, verso Pisa, girasse all'improvviso la faccia per puntare uno sguardo stralunato dritto nella telecamera, e sbottasse: "Ma è possibile che in Italia oltre al danno ci deve sempre essere anche la beffa?" 
E poi accadde che sparì di nuovo dentro un punto nero.
Il Manganelli e il Crociata, invece, restarono lì, sulle loro poltrone, coi loro titoli e le loro mansioni.

lunedì 25 ottobre 2010

Grammatica Purgatoriale

Appunti per un manuale di grammatica purgatoriale: 
regole ed esercitazioni di base per reimparare a parlare, 
ad uso dei sopravvissuti al prossimo conflitto nucleare.



1.

cominciare a raschiare
se la tavola è imbandita con bombe al fosforo
come il pesce condito al magnesio sul cuscino
tra magnitudini collaterali a latitudini
di terremoti a catena con epicentro
tra la coltello e il forchetta a un millimetro
dalla zuppiera stracolma col pesce che sguazza
già cotto stecchito bollito pulito
in grave difficoltà a riprodursi in assenza
di un preciso comando dei presenti indaffarati
a quanto pare col petrolio
che fuoriesce tuttora dalla crepa
sul fondo dell'oliera a condire
la broda primordiale sotto il tavolo
di plastica liquame che spalmato sul viso
per altro purifica i pori fa bene è anti-aging
cantiamo:

giovedì 21 ottobre 2010

Scrivere, viaggio (in preparazione di una mostra fotografica)

Scrivere, come fotografare o disegnare, è viaggio. 
Il linguaggio comune alla base di ogni disciplina artistica - al di là della tecnica e della pratica - è quello dell'esplorazione meravigliosa dell'ignoto, della conoscenza amorosa dell'altro. 
Scrivere è un modo di mettersi in cammino. Il camminare dà corpo alla lentezza possibile, questa santa lentezza che ci è necessaria a osservare, incontrare, trovare il coraggio, lasciare che pensiero e sentire abbiano origine e destinazione. 
Nel muovere il passo, non si può escludersi dalla Storia. Lei, a sua volta, ci cammina sopra. Oggi noi - la famiglia umana - siamo i protagonisti passivi di un colossale processo di deportazione: siamo profughi, ci espellono dalla realtà per internarci a tappe forzate nel regno dell'insensato. 
Vige il totalitarismo analfabetico: la libertà è concessa finché non si prova a conoscere e a decodificare ciò che ci circonda, ciò che siamo, il linguaggio del potere, l'accadere degli eventi, cosa intercorre tra le persone, gli interstizi, i luoghi. La libertà di scelta è obbligatoria. Almeno finché, come in 1984 di Orwell, crediamo nel 2+2 =5. Altrimenti, libertà pensiero ed espressione sono proibiti. 
Mettersi in cammino è l'incipit della militanza: per resistere, decostruire, vedere oltre le scenografie vittoriose in cui è immersa la nostra disfatta. 
Lentezza è il solo grimaldello che conosco per scalzare la mistificazione. 
Poesia è la via per conservare la chiave del segreto e la clandestinità.

martedì 19 ottobre 2010

se c'è

se c’è una preghiera che chiede
che vale
se in tutto il vocabolario c’è l’ombra 
di un verbo
che può salire dal fango
dare forma ad un corpo 
che ignora
se un dire c’è e un pensare
che dissolve le parole
una nube idratata
che si trasforma in una bocca e trasforma la gola
se c’è una filastrocca
senza parole
col sale
che arriva più in là di un'invocazione
ecco io la dico la voglio dire
ecco io voglio chiedere agli animali
alle pietre angolari agli angeli e a
tutti gli esseri senzienti e
dissenzienti e non ancora accecati
di darmi la parola che è
non-parola
che la bocca la possa 
sparare 
da qui

mercoledì 13 ottobre 2010

Nodo semplice

Il nodo semplice è un abbraccio gentile, se la corda è allentata. Simmetrico, tondeggiante, sinuoso, più di ogni altro ha una forma perfetta che evoca il sigillo. Stretta inesorabile finché la tensione tiene, se questa viene meno diventa inservibile: il nodo sparisce, la corda s'appiana. E tutto è come prima.
Non c'è traguardo che metta al riparo dalla disfatta. Bisogna continuare a tirare, sudare, amare, godere, iniziare, studiare, disimparare. Tendere al cuore delle cose, tendere bene da entrambi i lati il proprio stare, continuare la metamorfosi, sottrarsi all'ammaestramento, andare nei luoghi di guerra, camminare sul confine di luce. Andare. Il nodo semplice sa anche lasciare andare.
Disponi il filo a circonferenza, poi, passando da dietro, infila un estremo nel cerchio. Se tiri, il nodo si stringe: diventa punto di sbalzo, interruzione, scalino nella linearità del filo - lo sa bene la nonna che cuce; determina ostacoli allo scorrere dei polpastrelli, dove l'inerzia del pensiero s'incaglia, la disattenzione s'inciampa, lo sguardo per contraccolpo deve alzarsi dal suolo dove stagna. Può venire da bestemmiare lì per lì, si può invocare una dose di fluidificante, per la serenità dello strisciare; ma poi potrebbe rivelarsi, proprio quello più incrinato, l'istante buono per la profezia: per lo svelamento, per la salvezza, per salvare l'inimmaginabile e annodare il proprio corpo alla visione -potremmo perfino trovarci accanto al senso del dolore, all'essenza del sale, in presenza dell'umano.
Il filo è direzione e destino: fil rouge che serpeggia, si destreggia tra le anse della mistificazione in atto, si inabissa e riemerge tra l'orrendo psico-linguaggio del potere che ci circonda, colonizza, persuade e saccheggia. Il nodo è il saltello che risveglia l'istante al desiderio, lo riporta all'azione: è voce-parola che promette e modella, parola-rivolta che induce lo scarto necessario per tornare al reale, parola-pallottola che se manca il colpo si autocancella, si zittisce, s'incendia. E in caso d'incendio, per inciso, non c'è nodo che valga: meglio buttarsi nel fuoco, votarsi al fuoco -potremmo anche uscirne slacciati, affrancati, illuminati: il corpo ricoperto di parole argentate che, ancora una volta, avranno suoni e significati.

(Pubblicato nell'antologia poetica Frecce verso l'altro, Selezione Nodo Sottile 2010, Marcos y Marcos, 2010)

lunedì 11 ottobre 2010

Storia di un uomo che

Storia di un uomo che un giorno non riesce più a mettere a fuoco le cose. Non è che i suoi occhi non riescano a vedere la nitidezza dei dettagli; è piuttosto l'appuntarsi dello sguardo sulle cose che comincia a non riuscirgli. Sulle cose davanti a lui, le cose vicine.
E' un leggero problema, all'inizio, che lui tende a scambiare con disattenzione, o stanchezza. Ogni volta che fissa lo sguardo su qualcosa per più di un istante, i suoi occhi lentamente tornano a divergere, a smarrire l'angolatura che consente lo sguardo puntuale. E' il triangolo virtuoso che collega i suoi due lumi a un oggetto che fa difetto, si spana, s'allarga e infine si vuole riaprire.
Se ne accorge incontrando, parlando. Seduto a un caffè, a un tavolo con un amico, guardando il volto della persona che ha davanti, con cui sta scambiando parole, pensieri, che si trova a doversi sforzare di mantenere a fuoco i tratti, il viso, gli occhi dell'altro. Sente le parole, dell'altro, le proprie, sente le voci, il flusso delle emozioni che mutano, si riversano, si trasferiscono e s'incontrano nel breve spazio che li separa. Segue il discorso, il mescolarsi del tempo interumano; e intanto i suoi occhi mollano la presa, s'allenta la tensione muscolare, la vista s'appanna, il fuoco s'allontana, guarda un metro oltre, due metri oltre, dieci metri più in là, dietro ciò che ha davanti. Non se ne rende neanche conto all'inizio, finché, ma mi stai a sentire?, gli domandano le persone sempre più spesso. Sì sì, certo, ti ascolto. Ma non può più non far caso a questo che accade, che i suoi occhi non vogliono guardare; o almeno, non vogliono fermarsi su ciò che ha davanti, che si tratti di una pianta, una pentola, la pagina di un libro, una mano, una faccia, un amico, un'amante.
L'uomo cominciò a fare attenzione, a studiare il comportamento dei suoi occhi. Stanchezza, distrazione, basta che mi riesca a concentrare, basta che riesca a essere presente alle situazioni reali. Allora confida nello sforzo, nella consapevolezza. Prende ogni occasione come una prova. Ma sempre, sempre di più, i suoi occhi divergevano dal punto su cui avrebbero dovuto comunemente convergere. E se in principio questo fatto riguardava soltanto gli oggetti vicini a lui, che comportavano quindi una rotazione più acuta degli occhi, col tempo, anziché migliorare, cominciano a sfuggire alla tenuta anche le cose più lontane, un palazzo, un cartello, un albero in fondo alla strada, il profilo di una montagna.
Incapace di comprendere e di risolvere il suo problema, l'uomo si sottopose a visite psicologiche, psichiatriche, neurologiche: senza risultato. Tutto appariva normale in lui, tranne che i suoi occhi non volevano saperne di convergere, a prescindere dall'interesse che provava per ciò che gli stava davanti, a prescindere dalla sua volontà di guardare.
Gli occhi andavano oltre, sdoppiando ogni volta lo sguardo. E il suo sguardo diventava due canali, a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altro, che sempre meno intendevano incontrarsi a qualsivoglia distanza.
Due linee parallele che, come ricordava dalle lezioni di geometria euclidea, si possono incontrare soltanto a una distanza infinita. Il suo sguardo scavalcava gli oggetti, gli affetti, la proprietà, il contesto, ed era un fiume che a una distanza infinita voleva vedere qualcosa, che cosa.

domenica 10 ottobre 2010

Bambino che vola

"Vola, bambino, non volare
tanto in alto non puoi arrivare
Vola, bambino, non volare
quello che vuoi non lo puoi ottenere
Ascolta: l'uomo non è fatto per volare
altrimenti nascerebbe con le ali."


"Se non fossi fatto per volare
non sarei nato con la voglia di volare."


Bambino, volare ti ho visto davvero
certo in fotografia, non dal vero
gambe all'aria testa in giù
sbalzato dal paraurti
rimbalzato sul cofano sulla lamiera 
dell'automobile che ha tirato dritto
ha accelerato mentre tu
la fronteggiavi con un sasso nel pugno.


Bambino, quell'uomo che guidava
e ti ha spezzato una gamba soltanto 
(giusto perché Allah ti guardava)
chissà se ha chiuso gli occhi e spinto sul pedale
o se piuttosto non li ha sgranati bramoso
di non perdersi nessun dettaglio
dell'istante dell'impatto
della tua espressione allibita
mentre davvero ti staccavi da terra
e picchiavi la testa sul vetro
e andavi gambe all'aria verso il cielo.


Bambino, col sasso nella mano
intendevi volare in altro modo
volare nel senso di lottare
per uno scampolo di dignità
- se ne resta -
per far vedere agli occupanti
che c'è del sangue nelle vene
di chi è stato schiacciato e cancellato.


Bambino, avresti cominciato a volare
liberando il tuo corpo dal peso di una pietra
che avrebbe graffiato il parabrezza di un colono
gesto che ti avrebbe sollevato
in un attimo di verità di giustizia
nell'ombra pallida di una gloria
puramente simbolica
l'unica che a te e alla tua gente
è concessa.


Bambino dall'altra parte del Mediterraneo
noi che stiamo di qua ti raccogliamo
- guardando la foto - da terra col pensiero
noi che a suo tempo abbiamo cacciato 
gli invasori noi che in un breve 
istante della Storia abbiamo volato
lanciando a chi ci calpestava
ben altro che pietre e sassi


http://www.repubblica.it/ipad/gallerie/2010/10/09/foto/colono_israele_investe_bambini-7903096/1/index.html?ref=search

sabato 9 ottobre 2010

Considerazione breve e ovvia

Una breve riflessione sui fatti pugliesi di cui si discute animatamente in questi giorni, e ancor più animosamente per via degli inattesi rivolgimenti mediatici che ha avuto. Una premessa: non ho la televisione ormai da diversi anni: per questo, credo, seguendo la vicenda alla radio, nei giornali, nei bar, provo la stessa cosa che proverebbe un alieno che sbarcasse sulla terra e scoprisse con stupore che questi esseri sono tutti presi dallo spendere le proprie energie nello sterminarsi l'uno con l'altro.

venerdì 8 ottobre 2010

Nove cantilene (per una notte sconfinata)

1.

fuga il freddo dalle ossa
grida la vecchia dal finestrino
incarognita ad accelerare
per raggiungere i duecento in autostrada
e trasformarsi nel proprio spettro invernale
far avvampare i copertoni
e finalmente volare


mercoledì 6 ottobre 2010

Amleto, o chi per lui (o un altro frammento di un altro racconto)

Il Cimitero degli Inglesi è una minuscola collinetta circondata dai viali. Poggiolo di assopita serenità fuoriporta, un tempo, isola spartitraffico piena di croci celtiche inclinate e statue di angeli incrostati di muschio, oggi. Piccola parte di mondo più insensato che sinistro, malgrado tutto. Tanto insensato che il più delle volte ci si passa accanto, ci si avviticchiola intorno per cambiare direzione, la si costeggia sterzando e suonando e imprecando, specie nell'ora di punta, senza neanche vederla per ciò che è veramente. Si pensa magari a una rotonda sporgente, rialzata, sbalzata fuori dal livello del suolo, per qualche motivo, ci sarà un motivo; non si pensa mai a un terrapieno pullulante di antichi cadaveri, antichi scheletri, o forse neanche tanto antichi chissà, le cui restanti ossa vibrano a ogni passaggio di autobus, tintinnano l'una contro l'altra ogni volta che un automobile stringe troppo la curva mettendo tra sé e quei resti una distanza di pochi metri. Godimento puro per i pentiti della retta via, tentazione irresistibile per i fanatici dell'inversione di marcia, il Cimitero degli Inglesi è accessibile grazie a un'esile striscia pedonale che parte dal nulla, il cui inizio nel nulla, che si trova in mezzo all'asfalto, è raggiungibile a sua volta grazie a un'altra striscia pedonale, quella che attraversa i viali e collega le due sponde. Il verde dei pedoni dura poco, troppo poco perché l'attraversatore possa permettersi il lusso di voltarsi e soppesare la possibilità di ritardare di qualche minuto i suoi programmi giornalieri, imboccare la seconda striscia pedonale, quella che dalla principale si diparte quasi perpendicolare, e affacciarsi per qualche minuto in quello spazio recintato e tagliato fuori dalla vita della città, da essa assediato.


martedì 5 ottobre 2010

Premesse, un anno dopo

A volte è bene dimenticarsi delle premesse, per potere andare più lontano, o dove non si sospettava. Poi, in certi momenti, è necessario tornare a riconsiderare le premesse esattamente per quello che erano, per fare il punto dell'andamento, dei cambiamenti di rotta, dei tradimenti.
La militanza del fiore è iniziata esattamente un anno fa. Oggi voglio tornare per un attimo alle premesse. Ecco cosa diceva il primo post, il 5 ottobre 2009.


Scendere 
Possiamo scendere un po’. La realtà è lì. Anche se ridotta a un cumulo di macerie. E’ lì appena fuori di noi. Appena dentro di noi. La membrana è sottile. Un solo gradino più in basso, rispetto alle impalcature che sorreggono le nostre tecnologie del pensiero. Un disarmo nucleare cerebrale. Bisogna fare accuratamente il massimo sforzo per ottenere il minimo risultato, quando si scende. Ma che gioia scongelarsi le membra. C’è una realtà che non corrisponde alle mappe dei nostri navigatori satellitari. Le mappe sono tutte sbagliate. Quella realtà che quando si vive c’è da piangere di gioia, e quando si muore si muore e non è un videogioco. La guerra è immateriale e totale. Siamo sottoposti ad attacchi sproporzionati. La psiche è sotto assedio. I nervi sotto assedio. La mente sotto assedio. Il cuore sotto assedio. Hanno anche tolto il coprifuoco: tanto l’attacco è in ogni luogo. E’ la terza guerra mondiale. Il fronte è ormai quasi del tutto interno. E non c’è verso di sradicarsi il germe della mistificazione, dell’ignoranza piena di immagini e informazioni che ci rende patetici e irreali. E inconsapevolmente criminali. Il danno più incalcolabile è già stato fatto: i destini sono preconfezionati, la potenza umana di ognuno disinnescata. Mi aggiro su una distesa di macerie. Questo deserto sono io. Ma tra i detriti c’è roba che pulsa, che pensa, c’è ancora tanto da salvare. Ed è un continuo entrare e uscire. La membrana è sempre più sottile. Fino a incontrare qualcuno. Finalmente. E l’incontro è irreversibile. Quegli occhi... Fino a sentire il calore dei morti. Anche questo è irreversibile. I morti tuoi, che parlano nella tua testa. E altri morti, che parlano attraverso il vento, o i libri. Come Simone Weil. Dostoevski. Francesco. Che sono discesi fino in fondo, fino al punto più alto. Fino al limite della specie. Dove l’esperienza si fa irreversibile. E per questo militante e sovversiva, di una sovversione spontanea. Di una militanza umana totale. Il potere odia e teme ogni cosa irreversibile. Perché l’irreversibilità ci fa diventare reali. E seri. E infinitamente forti e propensi ad agire. Il potere oggi sponsorizza stupidità e ironia, che rappresentano sommamente l’illusione della reversibilità. Le immagini della stupidità ci colonizzano, ci depotenziano, disinnescano. Ma accanto a un morto niente è reversibile, nessun è stupido. Lo stesso vale quando guardi il mondo dal basso. Potenti tanto da potere di nuovo dispiegare le membra: intelligenza, sensibilità, emozione, azione, chiaroveggenza. Allora il destino diventa incalcolabile, la potenza di ognuno inaudita. Non c’è più nulla che sia prescritto. Si può cominciare. E, da ora, siamo per sempre stati.

domenica 3 ottobre 2010

Un racconto (o la continuazione di un racconto)

Chinandomi oltrepasso la saracinesca, che non è alzata del tutto. Dentro è piuttosto buio, ma un fascio di luce diretta rimbalza sul pavimento di cemento scuro, rendendo visibile e accecante il pulviscolo all'ingresso. Per contrasto, il resto dello spazio pare ancora più scuro. Di ciò che c'è dentro, percepisco il rumore prima che i miei occhi possano vedere qualcosa. Insistente, molliccio, penetrante, lacerante. In un certo senso, sinistro. Poi le pupille si assestano, e nel giro di pochi secondi tre uomini appaiono davanti a me, chini sopra un lungo bancone nero. Sul bancone sta distesa una massa informe di carne. I tre uomini stanno chini su quella roba, sembravano non avermi notato o non dare alcun peso alla mia presenza. Continuano il loro lavoro come se non ci fossi. Con lunghi coltelli aprono lembi di carne, tagliano membrane, recidono organi, a volte, cambiando il coltello con una piccola accetta, spezzano ossa. Si interrompono e posano gli strumenti per infilare le mani, guantate fino al gomito, tra quelle carni, spingendole in profondità tra i meandri dilacerati. Osservo meglio la poltiglia, sono cani, tre cani, uno per ogni uomo. Completamente sventrati e maciullati, ma un paio di essi sono ancora distinguibili per via del muso e le zampe.

(Un vecchio) canto delle galassie

Ho ritrovato una vecchia poesia, scritta, accantonato, ripresa, riscritta, dimenticata.


Anni luce
Canto delle Galassie

1.

Amore
o aritmetica, non ricordo
dov’era quell’inizio... inizio di cosa? io
non c’ero

Dov’ero quando tutto esplodeva e
non c’ero - argilla
forse era questo
il tutto buio degli occhi
che Chi plasmava a forma di animali
e radici e Chi le dava il senso di nasconderci
alla vista noi stessi
nascondendo l’orrore
l'errore

E poi
anche in seguito non si sono più visti


venerdì 1 ottobre 2010

Racconto che forse continua

Ho bevuto un ragno. Ne sono sicuro. Stringendo il vetro coi polpastrelli, in piedi davanti al lavandino, in cucina, ho sentito un sfrigolare attorno all'ugola. Zampette. Ho ricordato, tra un sorso e l'altro, sguardo caduto nel bicchiere, sovrappensiero io, non avevo dato peso all'intravisto. Lui era lì, ora zampetta inficcato nella gola. Cerco di raspare, espettorare, non funziona. Deglutisco con forza allora, poi apro il rubinetto riempio il bicchiere, bevo con foga, deglutisco, riempio il bicchiere, bevo con foga, bevo fino a riempirmi lo stomaco, a non poterne più. Voglio affogare l'intruso, se non ho potuto espellerlo, lo voglio sommergere, che non faccia danni, che la smetta di zampettare convulsamente, che taccia per sempre, se in me deve restare, che sia morto almeno, spento, reso infelice, inoffensivo. Intruso invadente e inatteso; approfittatore della mia distrazione.