venerdì 4 settembre 2015

Davanti alla morte degli altri (parafrasando Susan Sontag)


Considerazioni intorno alla foto del piccolo Aylan Kurdi, bimbo siriano in fuga con la famiglia, trovato morto e fotografato su una spiaggia di Bodrum, Turchia.

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Se affidiamo a una fotografia (una fotografia che non ci racconta nulla che non sapessimo già) il potere di smuovere le nostre coscienze, come hanno fatto gran parte delle testate italiane ed europee, significa che il pensiero non conta più niente: è diventato un ornamento, un riempitivo di spazi lasciati eccezionalmente vuoti (dove non fosse arrivata la saturazione dell’info-entertainment); significa che l’essere umano occidentale non è più quell’animale contraddistinto dalla capacità di discernimento basata sul raziocinio e sull’elaborazione delle informazioni di cui dispone. Significa, insomma, che noi non riusciamo più a comprendere il significato dei nostri pensieri.

A che serve parlare, scrivere, pensare? A che servono millenni di cultura scritta e parlata? Tanto vale tacere, guardare le figure, ascoltare gli stati giornalieri della pancia, reagire a seconda di questi.
Tanto vale fare come gli Idioti di Lars von Trier. Oppure essere per un giorno “Charlie”, e il giorno dopo chi lo sa.

Da anni conosciamo bene tutti i dettagli della storia che ci racconta la foto del piccolo Aylan morto su una spiaggia: il fenomeno dell’immigrazione (prima e dopo la devastazione da parte nostra del Medio Oriente), le tragedie personali e collettive dei suoi protagonisti, le sue molteplici dinamiche, le conseguenze sull’Europa, le sue cause immediate e remote.

Noi sappiamo, sapevamo, questi pensieri popolano da molto tempo la nostra mente, il nostro immaginario, le nostre giornate.
Ma non li capiamo, questi pensieri; non lasciamo che abbiano conseguenze sulle nostre opinioni, né tanto meno sulle nostre scelte, e soprattutto non sul nostro stile di vita, cioè sul sistema socio-economico che lo sostiene, lo consente, lo sponsorizza (perché questo è ciò che conta, il resto sono chiacchiere). Il quale “stile di vita–specchio del sistema” è in definitiva la causa ultima di questa catena di orrori:
l’FMI che trasforma da decenni la povertà in miseria in ogni angolo del mondo;
i traffici d’armi con cui si arricchiscono le banche in cui depositiamo i nostri risparmi;
il sostegno dei nostri governi a regimi che consentono lo sfruttamento delle “loro” popolazioni da parte delle “nostre” multinazionali;
la delocalizzazione in luoghi dove morire di lavoro a 12 anni non è un problema;
la deforestazione in Amazzonia per permetterci di mangiare gli hamburger a 2 euro;
la deforestazione in Indonesia per permetterci di mangiare le merendine a 1 euro;
la distruzione di nazioni a noi vicine per accaparrarsi il petrolio a condizioni più vantaggiose;
il sostegno incondizionato ai crimini di Israele, che continuano ad approfondire il vulnus innaturale tra “mondo cristiano” e “mondo islamico”;
la co-creazione dell’ISIS (in funzione anti-Iran e anti-Russia, o per consentire il restiling delle frontiere in Medio Oriente, o chissà perché);

Se prima vivevamo al di sopra delle nostre possibilità, oggi viviamo al di sopra delle possibilità di altri – quegli stessi altri che vengono a bussare alla nostra porta.

Quanti di quelli che si sono sconvolti davanti alla foto del piccolo Aylan sono disposti a modificare uno di questi aspetti (e di molti altri, e delle loro implicazioni sulla vita di tutti i giorni) pur di non vedere di nuovo in prima pagina una foto del genere?
Quanti, tra i commossi e gli scandalizzati, sono disposti a mettere in discussione il modello di sviluppo globale che implica il mantenimento di gran parte della popolazione mondiale in condizioni di miseria, sfruttamento, guerra, malattia, catastrofi?

Il messaggio di questa foto per me sta tutta in queste domande. Che rimandano non tanto a una tragedia degli ultimi della terra, ma a una tragedia tutta nostra: non siamo più capaci di credere ai nostri pensieri, di assegnargli un peso e un significato.
Solo l’occhio e la pancia oggi possono qualcosa (almeno fintanto che lo sguardo resta fisso sull’immagine, o che il maldipancia perdura).
Ed è una tragedia che, essendo tutta nostra, è di tutto il mondo: dal momento che noi tutti ratifichiamo quotidianamente, con piccoli gesti, grandi opinioni e X sulla scheda elettorale, i destini segnati di ogni angolo del mondo.

Un’ultima considerazione, di natura semiotica.
A questa immagine che ci mostra un piccolo soldato Ryan/Aylan che purtroppo non si è potuto salvare, se ne potrebbe associare un’altra, un’immagine cancellata: il naufragio di 8-900 persone (centinaia di Aylan grandi e piccoli, uomini e donne, un numero superiore a metà delle vittime del Titanic), tutti inghiottiti dal mare a poche miglia dalle nostre coste, meno di cinque mesi fa. Qui nessuna foto, nessun volto, nessun nome. Nessun tentativo di recuperare i corpi, il relitto. Oggi, già più nessuna memoria del fatto. Nero. Una non-foto che non ha “sconvolto il mondo intero”.
La differenza di reazione di fronte a queste due diverse “foto” è ciò che sconvolge davvero; e rende vano ogni “ora basta”; e cancella l’ultima speranza.