martedì 29 aprile 2014

Polizia

E all'improvviso foglie gialle e rosse, che si staccano e cadono sul prato; foglie della siepe, piantata da poco, del corbezzolo che sta lì, tutto storto come in un dipinto giapponese, da molti anni, con i suoi fruttini tondi e spinosi che stanno già prendendo il colorito rosso, dell'oleandro. Anche il ciliegio mi sembra che abbia le foglie un po' grinzose. Forse hanno avuto poca acqua? O troppa? No, sicuramente poca, perché è stato caldo nei giorni scorsi. O forse è un loro ciclo che si svolge anche se nell'immaginario di noi urbani in primavera c'è solo il verde? Nel dubbio, irroro tutto il giardino con abbondante acqua. Ramona mi dice che fai, guarda che non ê necessaria, le piante soffrono anche con troppa acqua. Mi fermo assillato dal dubbio. Ho i rimorso. Per di più, dopo poco si mette a piovere. Piovere sul bagnato. E le foglie rosse si staccano. Non è facile prendersi cura delle cose vive. Non facile neanche prendersi cura delle cose morte, come il pavimento, l'intonaco delle pareti, un muretto, la strada, una città. Figuriamoci le vive. Ho attaccato al legno del pergolato delle rondini di legno colorato che la zia e la nonna hanno regalato a Maia. Ci stanno bene. Intanto qui sono arrivate le rondini vere. E oggi, mentre ero in ufficio, ho notato che anche in città ci sono le rondini, non i rondoni, quelle con la pancia bianca che tutti dicono ormai non ci sono più nelle città. Ma forse non le avrei mai notate in città se prima non le avessi notate nel giardino.
Oggi facevo redazione di un testo sulle vicende del PD, con prefazione del governatore della Toscana Enrico Rossi. Rossi parla di Furore di Steinbeck, di come sia stato censurato dal fascismo nella versione italiana, in particolare nel monologo di Tom Joad alla madre ripreso nella canzone di Bruce Springsteen. Tom dice dovunque ci sarà un ragazzo picchiato dalla polizia... Dovunque.... Dovunque... Tu mi troverai lì. Il primo dovunque è dedicato alla polizia. Rossi dice che il discorso di Tom potrebbe essere il manifesto della nuova sinistra. Ma qui ci sono ragazzi e uomini che continuano a morire in stato di arresto, o in carcere, nelle mani, sotto le mani, della polizia. L'ho già scritto nel post del 25 aprile. Ma lo devo riscrivere, perché è di oggi la notizia che al congresso del SAP, secondo sindacato di polizia italiana per importanza, i poliziotti che hanno ammazzato di botte Aldrovandi, e che sono stati condannati in via definitiva per questo omicidio, sono stati accolti con una standing ovation di 5 minuti. Ora, c'è qualcosa che non quadra: non siamo negli annou di piombo, non ci sono ideologie sovversive diffuse tra la gente... Come mai la polizia continua ad ammazzare la gente? Vorrei dire a qualcuno, al capo della polizia, che non è rassicurante sapere che la polizia di stato è in guerra - una i guerra unilaterale - contro il popolo. Tempo fa avrei voluto scrivere a Manganelli, allora capo della polizia dopo De Gennaro, perché aveva cercato di far riconquistare alla polizia la fiducia della gente e perché aveva un cognome da fumetto di Walt Disney - per essere il capo della polizia. Ma poi è morto. De Gennaro invece è vivo, fino a poco tempo fa era a capo di Finmeccanica, ce lo aveva messo Prodi o chi per lui. Insomma, era stato promosso, dopo le vicende del G8, in cui lui era in qualche modo il regista e il responsabile. E a lui non mi viene voglia di scrivere, perché mi fa paura. Una paura cane. Mi immagino che se gli scrivessi una lettera gentile, con molte domande non retoriche, potrei trovarmelo alla porta una sera, con un bel bavero tirato su, e mi ammazzerebbe di botte. Ci vorrebbe poco, con uno come me, non avrebbe gran che da divertirsi. Questa è la sensazione che mi incute. Insomma, è molto seccante pensare che, se le cose non cambiano, tra qualche anno dovrò insegnare a mia figlia, a tutti i bambini, che quando passa una volante, o si incrocia un poliziotto la sera, in una zona un po' appartata, bisogna passare alla larga, tirare dritto, nascondere la testa guardando in basso e dirsi speriamo che non sia il mio turno.

sabato 26 aprile 2014

Liberazione

Continuiamo a trovare ogni mattina lunghi getti del kiwi spezzati per terra, le foglie mosce e quasi già senza vita. Fortunatamente la crescita della pianta è più rapida di questa metodica opera di distruzione, e il pergolato si sta coprendo di verde. All'inizio ho incolpato i gatti della vicina (avevo letto che il kiwi ha un odore irresistibile per i gatti, che distruggono ogni pianta non ancora abbastanza robusta), ma sembra che mi sbagliassi; quindi ho puntato il dito contro i merli; ma il ritrovamento di questa mattina sembra contraddire anche questa ipotesi: un getto trovato per terra, piuttosto robusto, appariva chiaramente, meticolosamente 'segato'. Comincio a sospettare delle lumache... Di notte si manifestano a decine, lunghe fino a 15 centimetri, con o senza casa; di giorno non si sa dove stiano; se la notte una lumaca sta su una foglia del kiwi, la mattina la foglia sarà bella e spolpata, e piena di filamenti luccicanti. È stata una buona idea tagliare l'erba il giorno della Liberazione.


Una mattina non mi sono svegliato
E non ho lasciato le orme sul prato.

Una mattina non mi sono svegliato
E per il 25 aprile il presidente
Onorava i due soldati italiani
che hanno ucciso i pescatori indiani.

Una mattina non mi sono svegliato
E il vecchio miliardario
Condannato a sette anni, poi altri quattro, e altri tre
Era ancora un politico influente e rispettato

Una mattina non mi sono svegliato
E avevo ottanta euro in più in busta paga
Mentre il paese deragliava
E l'asilo costava cinquecento euro al mese

Una mattina non mi sono svegliato
E gli sbirri condannati per avere
Ammazzato di botte un ragazzo
Erano ancora in servizio e arrestavano

Una mattina non mi sono svegliato
E anche un ex calciatore era morto
Misteriosamente in stato di arresto
Mentre era nelle mani dello stato

Una mattina non mi sono svegliato
E il senato non era più composto da eletti
E dopo poco anche la camera
Tanto la democrazia non funzionava uguale

Una mattina non mi sono svegliato
E l'Italia era il paese della mala legale
E chi lavorava era un fesso
Ma chi perdeva il lavoro si ammazzava

Una mattina c'era un sole splendente
E sarebbe stato bellissimo uscire
Correre liberi e gridare forte
Ma io non mi sono svegliato.



giovedì 24 aprile 2014

Cielo

Alzo gli occhi e vedo distintamente l'orsa maggiore. La disposizione degli edifici permette di vedere da qui tutta l'eclitti da dove corrono i pianeti, la luna e il sole. Adesso c'è un pianeta rosso quasi allo zenit, e uno più giallastro schiacciato verso l'orizzonte, a ovest. L'aria è fresca e umida, l'erba è bagnata e lucente, in camicia fa quasi freddo, ma va bene così. Grosse lumache sul cotto e sui vasi, come ogni notte. Altri getti di kiwi pendono spezzati senza più energia. Non resta che staccarli dalla pianta e buttarli nel secchio. Inizialmente davo la colpa ai gatti della vicina, che saltano la siepe e vengono nel nostro giardino. Ma forse mi sbagliavo: devono essere i merli, che si posano dovunque capiti, in ogni posto rialzato o sospeso, e i nuovi rami del kiwi non sono ancora abbastanza robusti da reggere il loro peso, i loro salti.
Tra le varie notizie impressionanti della giornata, quella che più mi ha colpito, come credo molti, è la croce dedicata a Wojtyla - enorme, eretta in un luogo solitario sui monti - che, spezzandosi, ha ammazzato un ventenne. A tre giorni dalla canonizzazione di Wojtyla. Se uno crede ai miracoli (e avere fatto miracoli è requisito fondamentale per essere dichiarati santi) questo fatto andrebbe inteso come un anti miracolo. Tragico, e increscioso. Che c'entra ammazzare un povero ragazzo in gita con l'oratorio, tre giorni prima di diventare santo? Ma poi, perché i santi? Credo che ai tempi di Francesco (il santo) non esistesse il concetto di santità, ma solo quello di beatitudine, che era una condizione, un modo di vivere e non uno status pre o post mortem. Nelle prime rappresentazioni di Francesco che riceve le stimmate, si vede sulle sue mani, sui suoi piedi, sul costato, crescono escrescenze di carne. Coerentemente con il primo, più autentico racconto della sua vita. In seguito si prese a raffigurare il cherubino che spara "raggi" misteriosi, tipo laser, che fora mani piedi e costato del santo. C'è una differenza abissale: la beatitudine è prodotta dal corpo, quasi uno sconvolgimento psicosomatico derivante da una modalità di vita sperimentale, che forzi i limiti della specie umana, come fece Francesco; la santità invece viene sparata da Dio o chi per lui, l'uomo è passivo nel ricevere le stimmate-buchi, il santo non è un uomo ma un supereroe eletto. Il santo non è uno di noi, è un'entità da pregare da stampare sui santini, da raffigurare in chiesa. È tutto fuorché un modello, perché c'è una cesura metafisica, incomprensibile e incolmabile tra il suo stato e il nostro. La tragedia di questo povero ragazzo mi fa pensare che non abbiamo bisogno di santi più di quanto abbiamo bisogno di Batman, ma di una vita beata, plausibilmente beata - cioè folle, gioiosa e libera - questo sì. 

mercoledì 23 aprile 2014

Musica

Prima il kiwi era una pianta enorme, una foresta che invadeva mezzo giardino. Era tre piante, per l'esattezza, un maschio e due femmine, perché il kiwi è una pianta che ha un sesso, e per fare i frutti sono necessari entrambi. Quando siamo arrivati abbiamo fatto fare una potatura radicale, e sono rimasti solo pochi sterpi, pochi stecchi maschili e femminili che sbucavano dal terreno. Così com'erano, li abbiamo buttati su un piccolo pergolato, ancorati alle assi di legno con dei cordini. Oggi, dopo un mese, quegli stecchi hanno buttato nuovi getti, nuovi rami - nuove liane, dato che il kiwi è una liana - che hanno raggiunto già un metro di lunghezza. Le foglie sono grandi come mani. E' tutto un rigoglio verso il cielo, un mare verde con le onde a forma di rami. Da un solo getto sono nati anche dei piccoli pallini, che cresceranno e diventeranno frutti. Prima della potatura abbiamo raccolto duecento kiwi; pensavamo che per qualche anno, dopo il taglio, non avremmo goduto dei suoi frutti; invece, se i merli li risparmieranno - e così i gatti della vicina - il prossimo inverno potremo raccogliere otto kiwi, che probabilmente Maia apprezzerà, come non ha potuto fare quest'anno. La notte è splendida, il silenzio, imperfetto e accogliente, invita a restare all'aperto, ad ascoltare, a fare niente, a fumare.
Marco Parente mi ha dato una grande gioia utilizzando un mio testo poetico per una sua canzone, "Amleto", nell'album-progetto con Umberto Fiori "BettiBarsantini". Marco Parente è il migliore cantautore-poeta in circolazione. Ma il punto non è che lui sia il miglior cantautore-poeta in circolazione: è piuttosto che le sue canzoni sono tra le più belle e poetiche che si possano ascoltare. Abbiamo passato un po' di tempo, stasera, a bere e chiacchierare in piazza Santo Spirito. Abbiamo convenuto che i tempi sono strani, non viene neanche più da arrabbiarsi, non si sa contro cosa si debba resistere. C'è una tenuità nella ossa, che non si sa da dove venga - dall'età personale, dai tempi - siamo tutti restii, noi che ci siamo sbilanciati e impegnati, a gettarci nella lotta come un tempo, come pochi anni fa. C'è un male, un'omologazione, che arriva molto in là, pericolosamente in là, e che lascia attoniti a domandare chi siamo, con chi siamo, contro cosa scagliarsi. "Ma non ho bisogno di prese di posizione, di dichiarazioni," ha detto Marco, "se ho fatto bene una cosa, se l'ho difesa fino in fondo, basta accostarla a un'altra cosa, per vedere che sono diverse, che in me c'è un obiezione, un dissenso che non ha neanche bisogno di essere esplicitato". La canzone dice "Amleto / facciamolo adesso l'errore più grande / facciamolo per una volta / con convinzione / per quel che ci riguarda andremo a rotoli / ma c'è caso che il mondo uscito fuori dai cardini / ricominci a girare". Qui finiva la poesia. E Marco ha aggiunto: "Imparare a sbagliare sbagliare davvero / Ecco, ora vedo il mare / Ecco, ora sento il mare / Ecco, ora siamo il mare".

martedì 22 aprile 2014

Pioggia

A est e a ovest il cielo era azzurro, con qualche striscia di nuvola. La luce del tramonto, intensa, ambrata, passava orizzontale e andava a illuminare i pini marittimi in lontananza. Scendeva una pioggia leggera, che quasi non si capiva da dove potesse venire, con tutto quell'azzurro, tutta quella luce della fine del giorno. Ramona stava allestendo il giardino verticale, riempiva di terra le tasche appese al muro sotto la tettoia. Maia, con la testa rovesciata all'indietro, guardava i merli, indaffaratissimi a volare dai buchi nel muro alle antenne sui tetti ai rami degli alberi nel giardino della vicina; e molto più in alto le rondini, che finita la pioggia tornavano a popolare il cielo per il breve tempo prima dell'oscurità. Anche stasera non è stato possibile tagliare l'erba. Forse domani, se la giornata sarà abbastanza calda, e senza pioggia.
L'altra notte ho sognato la mummia di Lenin. Andavo a vederla, perché era stata restaurata. Più che restaurata era stata concimata e ricucita. Stava a mollo dentro una tomba semi scoperchiata, immersa in un liquido che la faceva oscillare. Le membra sembravano morbide, prive del rigor mortis o della rigidità degli imbalsamanti; merito, evidentemente, del restauro e del concime. Inoltre, apprendevo, le sue viscere erano state ricomposte dentro il ventre, e ricucite; mentre prima stavano tutte di fuori, da molti decenni. Passarci sopra, camminando sul lastrone di marmo appena scostato per permettere la vista, era inquietante; ma anche rassicurante, per certi versi misteriosi. Tutto sommato, era appena stato restaurato, e le membra oscillavano morbidamente seguendo le correnti.

domenica 20 aprile 2014

Militanza del fiore - un ciclo nuovo

Il ciliegio ha perso i suoi fiori bianchi ed è già carico di piccoli frutti verdi che crescono in fretta. Non credevo che appena un mese dopo essere stato interrato il giovanissimo albero, alto come un bambino, avrebbe fruttificato. L'erba nuova comincia a essere lunga e aspetta il primo taglio, che deve essere fatto alto. Ma bisogna che passino alcuni giorni consecutivi senza pioggia e senza umidità, perché il terreno sia ben asciutto e sufficientemente duro - altrimenti l'erba si strappa. Per questo è stato finora impossibile procedere.
Dal muro di pietra della casa di fronte è tutto un via vai di merli, giovani e adulti: i più piccoli sono nati un mese fa e hanno un piumaggio striato che li distingue dai più vecchi. Vanno e vengono nel giardino, strappano le foglie più tenere dalle piante aromatiche - la menta, la salvia, soprattutto - e tornano nei loro nidi nelle fessure del muro. Dice che fosse il muro di una chiesa antica; il finestrone murato a sesto acuto parrebbe attestarlo.
Giorno di Pasqua. Un progetto. Ascoltare, raccontare, scrivere, da questo luogo nuovo, intimo ma aperto, spazio di azione e di concentrazione, il giardino. Tutto qui è nato da poco. Tutto qui si sta formando in questi istanti, e continuerà a farlo, crescendo. Tutto qui è preso in un suo ciclo, legato a una norma logica e inafferrabile. Bisogna stargli dietro, non si può perdere un passaggio. Misterioso bilico tra vita activa a vita contemplativa.
Maia, da parte sua, è sporta sull'orlo di imparare a parlare, imparare a muoversi, imparare a volare. Lanciarsi nel mondo, verso tutto. Sembra apprezzare il giardino, con slancio accoglie ogni novità, ogni movimento. Con gridolini di approvazione e partecipazione ogni mattina osserva le trasformazioni maturate durante la notte. "Ghe!" è l'approvazione, "Ba!" la stupefazione. Non servono molte altre parole per commentare il mondo, per il momento.
Un nuovo ciclo di militanza del fiore. Una breve nota, giornaliera o quasi. Un resoconto dal fazzoletto di terra che è il giardino. Guardando dentro, intorno e fuori. Perché, come sempre, tutto fluisce in un unico corpo, soffiato in un unico respiro. Dire amore, dire politica, dire giardino. Cercare le parole per dirlo. Cercare il modo di esistere, quello buono, che non lasci rimpianti.
Cose terribili e sinistre nel discorso ufficiale che ci avvolge, nel linguaggio dei media. Scrittori e cantati disciolti nello show business, pronti a tutto; guerre, fisiche e immateriali, lontano e vicino a noi; deportazione nel nulla, il solito meccanismo, sempre.
Ma anche: cose sublimi e impalpabili nei cammini degli uomini e delle donne; splendore sui sentieri nascosti e resistenti che possiamo scoprire, ci è dato di percorrere.
L'argine al male sta sempre su un piano diverso dal male. E' un linguaggio incommensurabile, che scompare in controluce.
Raccontare di ciò che giunge all'orecchio, e dentro il cuore, da questo luogo-argine.

martedì 8 aprile 2014

La più bianca


A proposito del referendum
Ci sono rimasto male
Adesso non posso contare
Sul disastro nucleare

Stare al mondo sarà dunque la norma
Fare le scale un dovere morale
Come mantenersi in forma
Stare chiuso in una scatola

Tra i fili d'erba c'è un rospo
La A sia la più bianca delle vocali
All'inizio di tutto c'e il novero dei morti
Mi siedo a tavola con il mostro

Il bello del male

Il bello del male
È che c'è n'è per tutti
Il bello cammina per strada
E tutti lo guardano
Perché c'è n'è per tutti
E non perde occasione 
E riluce sui denti
Come ogni altra cosa
Alla chiamata alle armi 
Dopo non manca nessuno