lunedì 30 settembre 2013

quando le volpi puniscono gli uomini

quando le volpi puniscono gli uomini
le stanze hanno gli angoli
gli astronomi lo hanno appurato
si tratta per lo più di rivalse ambientali
non c'è alcun risentimento privato
rarissimi i contusi e i feriti
resta lo straniamento generale

c’è una luna di guerra nel brodo
per questo piovono bombe
e penne trafilate al bronzo dal grande carro
schede nutrizionali e certificazioni
i doppi vetri respingono le parole
all’acido ascorbico e le pallottole
al paracetamolo

la matematica è diventata un lusso
per non credenti prossimi alla pensione
per questo scriviamo poesiole
piene zeppe di odiati dodecasillabi
canticchiamo vittorie private
e gli eventuali resti umani
numerati sullo scaffale

venerdì 27 settembre 2013

Malincuore


Colpito da improvviso malincuore, l’uomo cade per terra e si rompe la rotula, che rotola via e cade in mare, essendo la strada un declivio che parte dal porto. Lui resta disteso per terra, il naso schiacciato sull’asfalto, le braccia lunghe contro il corpo, gli occhi bene aperti che guardano l’asfalto. Resta immobile, non accenna a volersi rialzare, e quando qualcuno accorre a prestare soccorso non accenna neanche a voler parlare.  Batte le palpebre raramente, deglutisce con tranquillità. Intorno a lui si riunisce un capannello di persone, qualcuno che lo vorrebbe aiutare, qualcuno che indaga sulle condizioni di salute, qualcuno che fa le foto col cellulare, qualcuno che fa passare le auto. In mezzo a un discreto trambusto, il caduto è l’unica corpo silente ed immoto, inerte e per certi versi rasserenato. Ha un'acuta e screziata tristezza negli occhi (lo nota soltanto chi si china con la faccia a terra per sincerarsi che il suo sguardo sia lo sguardo di un vivo), ma appare al contempo sereno, distante, libero da impulsi e necessità. Resta, lungo disteso, e non tanto per via della rotula, quanto per il forte malincuore che non smette di attanagliarlo e interrogarlo. Il chiacchiericcio generale fa da collante tra la curiosità e l’indifferenza dei presenti, condensando il passare del tempo in un sensibile spessore dell’aria, concretamente opaco; ragion per cui il parlare dell’uomo disteso sull’asfalto impedisce a tutti di cogliere il momento in cui l’uomo, discretamente e senza presentare difficoltà, si solleva dall’asfalto. Senza clamore riprende la sua camminata in salita, ignorando il sopraggiunto problema articolare, soltanto un po’ rallentato e incurvato dal peso perdurante del malincuore che gli preclude ogni buon grado. Qualcuno tra gli astanti si indigna del fatto che se ne sia andato così, senza spendere una parola, senza dare peso all’accaduto né soddisfazione all'altruismo altrui, qualcuno lo insulta apertamente, a voce alta – perché non ha motivato, pronunciato, risposto, esposto, non ha rilasciato interviste, ha rubato il momento da tutti atteso, il climax e la catarsi, le lacrime di commozione. Può darsi, ma l’uomo è già lontano e non sembra sfiorato dalla modesta baruffa alle sue spalle, è già avvolto in una nuvola di trattenuta normalità – il tasso di malincuore ritornato in apparenza a valori ordinari – salvo che d’improvviso lui si getta in avanti, più avanti del corpo, il quale scatta a sua volta ma stenta a stargli dietro, e non lo raggiunge, e mentre il corpo arranca al suo seguito, lui se ne stacca del tutto, corre forsennatamente in avanti, ma solo per breve distanza, perché poi si solleva da terra, e si invola, sempre più in alto, fino a rarefarsi quasi del tutto, lasciando impalpabile traccia, mentre il corpo resta a terra, e cade di nuovo di schianto, sull’asfalto, come un immobile mal restaurato, e quindi si sgretola, e il malincuore trionfa su tutta la terra, ma sparisce in un vortice d'aria nell’aria.

certi giovanardi


negare l’evidenza
il verde della menta
non contano le sentenze

le scarpe sono slacciate
per questo si cade
anche se si era scalzi

e certi giovanardi
che pensano che la giustizia
meglio mai che tardi

le cime dei monti nella luce il vento
che meraviglia di giornata ci è data
che meraviglia il creato – lo senti
bene – nonostante i vermi

mercoledì 11 settembre 2013

matrimonio

asfalto e feste sui giorni impari
per pianeggiare i sussulti delle strade
così potremo esimerci dal ripensare
al tradimento
che ci ha maritato al criminale
noi spose violentate
del tutto involontarie
invecchiate alla catena
come un cane

lunedì 9 settembre 2013

Abbecediavolo: Bikini

dici "bikini"e dici un atollo
dove tiravano le bombe atomiche
gli stati uniti
per lustrarsi i muscoli
le tiravano in mezzo all'acqua
e un bel giorno tirarono
la bomba acca

amore e morte
sesso e distruzione
al due pezzi fu affibbiato quel nome
così a tutt'oggi la guerra
fredda si riscalda ogni estate
serrata in mezzo alle chiappe
ben nascosta fra i seni

Canzone


io non capisco la luce
se davvero ci crede che il tempo
si cancelli grattando con l’unghia

eppure la luce ci taglia
le mandibole strette
e solleva le palpebre
da un cuscino di pietre
e ci porta sugli alberi
a raccogliere i gusci del vento

e va dentro la scatola nera
di cui è vietato parlare
e poi esce e ci guarda in silenzio
con una pena negli occhi
e noi altri restiamo
ancora per oggi
persone

bimbi, è la guerra

fusione, effusione, fissione
non c'è da stare tranquilli dentro il vocabolario
in un attimo si cade da un harmony
alla catastrofe nucleare
figuriamoci nella vita
con un kerry che va a cena da un tizio
– un tirannuccio mediorientale
decorato con la croce italiana –
e dopo due mesi raccoglie consensi
per tirargli le bombe sul capo
le bombole
bambole
quelle dei film horror
con un occhio solo
e con dentro la crema
quelle che ti fanno pisciare addosso
per la paura
rannicchiato nel letto
di mamma e papàpa

sabato 7 settembre 2013

venti di guerra


presto s’involeranno le promesse
angeli d’acciaio senza pilota
diretti ancora una volta verso Est
a duemila chilometri al secondo
portando in carico il male minore
da sganciare sulla terra riarsa
come semenze riempite di sale
per ricucire le ferite
e le nostre palpebre offese
per cancellare il dolore
e chi lo prova

la terra concimata in questo modo
butterà germogli di alberi nuovi
i cui fiori sono ossi di morto
le cui foglie di notte cambiano
l’ossigeno in gas sarin così sia

in seguito regnerà il grande bene
ma noi non lo potremo vedere

mercoledì 4 settembre 2013

Fiori del deserto


Inutile respirare, se poi prelevano dall’aria impalpabile i nostri stati di grazia, e non ci puoi fare niente, e li inscatolano nelle fabbriche seminterrate di periferia, che tu non puoi vedere, e poi vendono le confezioni per trarne profitto e per mandare i loro figli alle scuole private. Noi veniamo ogni mattina in questo scampolo di deserto, e guardiamo le folle che si accalcano davanti all’entrata della base nella speranza che si liberi un posto per partire. Tre o quattro riescono sempre ad entrare. Ma sono centinaia i richiedenti ogni giorno, così inevitabilmente scoppiano battibecchi e risse. Dopo un’oretta si vede il razzo che sale, prima lento poi rapidissimo. Noi guardiamo la scia luminosa che attraversa il cielo e sparisce oltre i confini della galassia. Poi guardiamo la terra bruciata ai nostri piedi, e a volte notiamo un piccolo fiore del deserto scampato al calpestio. Le folle se ne vanno, compiendo all’incontrario la stessa processione che li ha condotti fino alla base qualche ora prima. Molti torneranno l’indomani. Altri tre o quattro verranno fatti partire, se si saranno liberati dei posti. Tanta gente se ne vorrebbe andare da qui, anche se nessuno può dire con certezza che la nuova vita sarà migliore della vecchia. Là ci sarà lavoro, probabilmente. E se fosse un lavoro da schiavi? Ma per molti l’importante è partire. Per quello che riguarda noi, ci piace venire qui la mattina presto, prima dell’alba, quando è ancora buio, e l'aria e fredda, e vedere che alcuni sono già arrivati durante la notte e si sono accampati, e osservare il cielo nero che inizia a rischiarare all’orizzonte, e poi le frotte che arrivano e ricostituiscono la solita lunga fila silenziosa, che presto diventa un assembramento caotico colpito dal sole. Aspettiamo che il razzo sia partito, che la gente si disperda, che la polvere si abbassi, e osserviamo il luogo ritornato vuoto, pulito, riposato. Respiriamo per un po’ l’aria elettrica, e alla fine rincasiamo, per dedicarci alle nostre faccende quotidiane. Le cose vanno avanti in questo modo, attraverso le stagioni e gli anni. Siamo soddisfatti della nostra vita. Ogni frammento del creato è pieno di meraviglia, e di polvere che si solleva e si riabbassa. Soltanto ci dispiace di dovere per forza respirare, a volte, quando ci pensiamo, per il motivo che dicevo prima.