mercoledì 4 novembre 2009

31 - poi serra la bocca

Uscito dallo studio medico, scivolo sull’ultimo gradino perché stamattina ha piovuto ed è tutto impiastricciato di infide orme fangose, e in più l’entusiasmo per la vita e per la giornata in pieno svolgimento mi spinge ad un fatale andamento in levare. Quindi scivolo e scivolo male, e cado all’indietro, a batto la schiena contro lo spigolo di pietra del gradino. E’ così che muoio.
Poi sono uscito dal palazzo, ed era notte, ed era aperta campagna, ed era già dopo la fine dell’umanità.
Frugando nel cespuglio e tra le foglie in cerca della civetta sparita e dell’ultimo sapore inaccessibile, sono caduto nel pozzo. Sono caduto all’indietro e mi sono roto le ossa. Così sono rimasto riverso, laggiù, a guardare la bocca nera del pozzo, e la notte al di là di quella, di un nero più chiaro, perché fuori, la notte, è bagliore.
Ed ecco affacciarsi sul bordo del cratere intere schiere di nani da giardino: spregevoli, conformisti, colorati e lucidati in superficie, ma di perfido cemento omogeneo all’interno. I nani accorrono a frotte per godere della mia sciagura, della disfatta e della minuziosa frantumazione ossea che analizzano dall’alto con puntigliosa pedanteria. E’ molto evidente che traggono piacere dalla mia caduta; dietro le teste dei primi ne spuntano altre, di altri che si abbarbicano l’uno sull’altro pur di non perdersi lo spettacolo della bestia in trappola. Vorrei esporre davanti a loro il teorema di Pitagora, o il principio di Archimede, o altre cose del genere, ma ho le ossa rotte e non posso parlare. Inoltre, ed è la cosa peggiore, non ho alcun ricordo di tutte queste cose, a parte il nome, deve essere un effetto del precipitare.
Ridono, ghignano e sputano. Mi ricoprono letteralmente di sputi; sono centinaia a sputare, contemporaneamente, o dandosi il cambio, o a ritmo alternato. Sputi vigorosi, rumorosi, molesti. Sicuramente corrosivi e nocivi per la mia salute già molto precaria. Alcuni tirano sassi, pietruzze, massi, senza farmi alcun male. Per puro spregio. Vorrei ergermi di scatto e lanciargli addosso pietre acuminate, oggetti taglienti o molto pesanti, pezzi di roccia che produrrebbero una carneficina, farebbero di tutti i nani una orrenda poltiglia. Ma ho le ossa rotte, non posso muovere un dito. E resto disteso a guardare le teste che si assiepano sempre più fitte, l’apertura del pozzo sempre più stretta, il bagliore della notte sempre più lontano.
Ora il pozzo si chiude su di me come un morso.
Come quando il buio ti divora e poi serra la bocca, e ti manda giù.

Sapevo che i nani da giardino sono malvagi e scaltri. Ben diversi, in questo, dagli altri nani, i nani più informi e più oscuri, molto meno smaltati, che abitano i piani di sotto, e non si fanno vedere, e preparano la festa. Pensare che per ingraziarmeli, questi feroci, tempo fa ho militato nei ranghi del Fronte Popolare per la Liberazione dei Nani da Giardino, che ha sede in Svizzera. Questa è la gratitudine che ora sanno dare.
Ma ora, quando finisco questa tazza di tè, cioè quando scendo dall’autobus, ovvero appena smette di piovere e mi decido a partire, li chiamo a raccolta e li scricchiolo io per benino, come fossero dita, e voglio vedere se resta qualcosa del loro spocchioso sorriso, dei loro vermigli cappelli, degli smaltini applicati.

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