mercoledì 16 dicembre 2009

73- carne di zanzara

Riempiendo ogni angolo di deodoranti e figurine, abbiamo finito per trascurare l'assenza. E ora le parole sono tutte appiccicate, e senza spazi, e il tordo non ha modo di volare, ché l'aria s'è fatta troppo densa, non c'è più rarefazione.
Per questo i morti ci hanno lasciati soli, svuotando di sé le urne, le foto, i nostri pensieri e ricordi, i nostri dialoghi invisibili ridotti a monologhi materiali, i tumuli, i loculi, le candele, le caldaie. Restando soltanto gente che è stata, e che è morta, e non è.
I morti hanno fatto fagotto e ci hanno lasciati soli, con noi stessi destinati a sparire, sul pianeta deserto, ricoperto di sciocchezze, spazzatura, denti cavati, neve nera, magliette dai colori sgargianti. In balia della nostra intelligenza sempre più feroce, a cui non riusciamo a sottrarci, non riusciamo a resistere.
E il fornaio fa il pane la mattina, e fa forme sempre più strane. E la tigre nello zoo si rifiuta di mangiare, rifiuta qualunque cosa che non sia carne di zanzare. E il bambino crescerà e raggiungerà i quattro metri, e farà saltare il ponte sullo stretto, il giorno che un pensiero dorato schizzerà via dalla sua capoccia, per andarsi a schiantare contro i piloni e il cemento.
E le immagini della città, di fuori, di dentro, le immagini che ci vengono incontro quando passeggiamo, quelle che ci portiamo a casa con la spesa, quelle che appaiono da sole e non chiamate dentro la mente, tutte ci ricordano di continuo che noi siamo i vincitori, e abbiamo di che essere contenti. Ci ripetono: avete vinto tutto, vivete sul podio, il mondo è per voi. Avete sconfitto la morte.
Invece, tutto quel che abbiamo fatto, è stato mettere in fuga i morti, cacciarli dal nostro spazio, dalla nostra vita, sbattergli la porta in faccia, negare loro il diritto all'esistenza come presenze reali, corali, naturali. E rendendo noi stessi orfani di una voce, senza più garanzie di contatti con tutto l'invisibile che c'è, senza più freno all'arroganza del pensare e del fare. Privando noi stessi del futuro e della storia, del presente e della trasformazione. Senz apossibilità di trasfigurazione, e di imparare. Consegnandoci all'edonismo dell'istante e al dominio degli idoli, unici resti sparsi nello scenario trionfante della nostra taciuta sconfitta.

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