sabato 26 dicembre 2009

83 - irrevocabile

Un insolito portapenna. La base rettangolare, di corno scuro; sopra una piccola scultura di osso, chiaro come avorio, alta dieci centimetri.



L'aquila è scesa in picchiata per catturare il serpente. L'aquila ha ali imponenti, che si stendono grandiosamente verso il cielo nello sforzo di sollevarsi con la preda; ma la sua coda sta toccando la terra. Il serpente è stato colto di sorpresa dall'attacco fulmineo dell'aquila: lo si capisce da come è voltato all'indietro, fissato nello scatto improvviso in una torsione estrema delle spire, con il muso sfigurato dalla smorfia di dolore e violenza che sfida minaccioso la testa dell'aquila. Mentre le fauci del rettile sono spinte all'indietro, ad attaccare l'aggressore alato, le sue spire sono proiettate in avanti e in basso, verso la libertà e la terra, come a tentare un'impossibile resistenza dalla presa degli artigli. Ma le spire sono già sollevate, con una forza che lascia supporre che anche il resto del corpo non tarderà a involarsi suo malgrado. La tensione è sapientemente distribuita in tutta la figurazione, in modo uniforme ed equilibrato. Il suo apice estremo è nella fessura, mezzo millimetro appena, che separa il becco del rapace dai denti del rettile: entrambi strumenti di morte, lanciati con forza uguale e contraria l'uno contro l'altro, per uccidere. Ma l'equilibrio è davvero perfetto e inviolabile; e non c'è dubbio che tra i due non ci sarà un vincitore. Non ci sarà un abbandono del suolo, ma neanche una sconfitta del cielo. E' in quel minuscolo pertugio tra fauci diverse, in quel mortale contatto ritardato in eterno dalla fissità della scultura, che tutto si gioca. La lotta è fissata per sempre.

Héber ha costruito questo oggetto con le sue mani. Grazie alla paziente, accurata, disciplina artigiana che i lunghi anni in un carcere peruviano gli hanno concesso di sviluppare. Héber era legato al movimento dei Tupamaros; il tentativo di sequestro di un industriale gli è costato una condanna a quindici anni di carcere duro, isolato in una fortezza a duemila metri di altezza. Héber ora ha quarantasette anni e due giorni fa, la vigilia di Natale, è stato rilasciato: ha finito di scontare la sua pena. La sera stessa ha telefonato a mia zia per darle la notizia. Grazie ad Amnesty International, lui e lei hanno avuto uno scambio, non solo epistolare, che è andato avanti per anni: lei gli inviava libri e altre cose necessarie, lui mandava a lei i suoi quadri, le sue sculture, con cui organizzare vendite di beneficenza in Italia. Il portapenna, come altri oggetti in osso spesso a tema sacro, sono giunti a me grazie a lei.

Questo portapenna è un dono magico per più di un motivo. L'energia dell'uomo, prima di tutto: il suo tempo, la sua meditazione e la sua intenzione, la proiezione nella materia di istanze profonde, tanto recluse sul piano fisico quanto libere su quello spirituale. Il soggetto: aquila e serpente, animali sciamanici per eccellenza, contatto con l'oltretomba, patto con il regno dell'invisibile, con l'energia e la protezione dei morti. La materia prima: osso e corno, elementi della sfera del vivente, ma incorruttibili come minerali, connessi a quella struttura essenziale che, come nelle fiabe, è metafora della vittoria dell'anima sullo smarrimento e le insidie. La perfezione barbarica della rappresentazione: che non è una rappresentazione ma l'evocazione magica di energie reali, fissate nelle forme suggerite da un'ispirazione di chiaroveggenza.
E poi quello spazio dedicato alla penna: a una sola penna, da infilare nell'angusto tassello forato a lato della scultura. Potrebbe sembrare uno spreco, tutto questo piccolo, solido, monumento da tavolo, questa materia di origine animale dedicata al sostegno di un'unica penna. Ma non è così. Qui è chiamata in causa un'esattezza. Una decisione. Il senso di una irrevocabilità, legata allo scrivere. Cioè: al pensare, al dare forma e espressione, al comunicare. E quindi non, genericamente, penne: ma una penna. La penna. La penna necessaria all'azione del pensiero e della scrittura. Come l'aquila e il serpente non possono che essere singolari e determinati.
L'aquila, il serpente, la penna. Qui si gioca la partita della libertà.

In questo portapenna, creato al centro di un crocevia di energie umane e cosmiche da un idealista ispirato e imprigionato, la mia penna si ricarica. Per scrivere parole che vogliono dire resistenza, umanità, libertà.

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