martedì 29 dicembre 2009

86 - sepolto nel cielo

Angelo d’Arrigo ha voluto essere angelo davvero, e per questo ha dovuto spingere il suo destino di umano tanto in là quanto il limite della specie gli permetteva.

Ha volato, ha volato davvero, con le ali e senza motore. Scelse il deltaplano, e subito capì che lì, in quel luogo mobile e inafferrabile, in quell’ora dilatata e sospesa del suo volo, non si giocava soltanto il senso di una sua vocazione, ma la metafora stessa, universale, della libertà. Quella senza aggettivi.
Allora, l’uomo fattosi angelo, andò ancora più in là, e si fece dedica. Si dedicò al rispetto, all'incontro, alla conoscenza, alla salvezza, alla protezione, al dialogo. Mentre si alzava in volo, si abbassava verso il senso degli ultimi. Come è necessario, per ascendere davvero. E dal suo punto rialzato, panoramico, a volo d’uccello, gli ultimi erano stormi di uccelli migratori in pericolo, piccoli d’aquila smarriti; e volò insieme a loro; accompagnò lungo tutto il loro tragitto di migrazione cuccioli desinati allo smarrimento e alla morte, per via del non rispetto di altri umani.
Ma planò anche verso altri umani: nomadi del deserto, per esempio, dove si fermò e ricevette ospitalità; gente di cui lasciò semplici, incolte, calde, umane parole di fratellanza.
Sfidò tutti i limiti dell’aria, dell’altezza, della solitudine, dell’ingegneria priva di carburanti, per dimostrare che il limite, uno qualunque dei limiti della nostra specie, è il luogo adatto dove condurre il senso del proprio destino. Per avere un cuore più ossigenato, più ampio, più generoso; e più che umano: vivente, legato all'intero mondo vivente.
La sua aria, le sue ali, i suoi animali e i suoi deserti non lo tradirono mai.
Lo tradì cinque anni fa una banale dimostrazione di volo su un piccolo aereo a motore, dove affiancava, senza comandi, un esperto pilota dell'Aeronautica Militare.
Angelo morto tra le nuvole, sepolto nel cielo, compianto dalle gru e dalle aquile con cui ti sei mescolato, che l'aria possa esserti leggera.

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