sabato 1 maggio 2010

Se in Palestina scoppia la non violenza

Articolo pubblicato su "Latinoamerica (e tutti i sud del mondo)" n.109, ottobre/dicembre 2009


Se in Palestina scoppia la non-violenza: At-Tuwani, Bil'in e gli altri

1.
La resistenza palestinese in Cisgiordania sta approntando una nuova arma per combattere l’occupazione militare. Si tratta di uno strumento ancora in fase di collaudo, ma che sta già dimostrando la sua efficacia e fa innervosire le autorità israeliane: il suo nome è “non-violenza”.
Già nel corso della seconda intifada (2000-2006) è iniziato un processo di trasformazione nella consapevolezza politica e nelle scelte strategiche di parte della società palestinese. Le cause sono diverse. Il fallimento di un’opposizione popolare improntata alla violenta, della lotta armata e del terrorismo (che sono comunque tre aspetti distinti che non vanno assimilati) è conclamato, ed è chiaro a tutti che a beneficiarne è stata la politica espansionistica israeliana. Con il pretesto di reprimere le violenze popolari e prevenire gli attacchi terroristici l’esercito ha eliminato fisicamente, con arresti e omicidi, centinaia di leader della resistenza e decine di migliaia di militanti, e ha potuto stringere la popolazione civile in una morsa ancora più estrema di disperazione, privazioni, distruzioni, rappresaglie -in una parola: terrore. In secondo luogo, la delusione dei palestinesi verso i propri rappresentanti politici e l’ANP, accusati di essere corrotti e interessati più dal dialogo diplomatico con Israele che ai problemi reali dei palestinesi, è tangibile: la dimostrazione è arrivata con il successo di Hamas alle elezioni politiche del 2006. Ma chi ha gridato alla deriva islamista della protesta palestinese si è ingannato: troverete pochissime persone in Cisgiordania che vi diranno di avere votato Hamas per motivi religiosi; la maggior parte vi spiegherà che Hamas rappresenta un’alternativa ai negoziati portati avanti da Al Fatah, ormai vuoti e rivolti soprattutto a consolidare il potere della vecchia classe dirigente palestinese grazie al consenso diplomatico israeliano. Infine, il Muro di separazione fatto erigere da Sharon all’interno del territorio destinato allo Stato Palestinese, che ha di fatto annesso a Israele il 38% della Cisgiordania, ha trasformato loro malgrado gli abitanti dei villaggi prossimi alla frontiera in nuovi protagonisti della resistenza. Questi villaggi rappresentano una realtà completamente diversa da quella delle città e dei campi profughi, dove è scoppiata l’intifada, che da 40 anni pagano il prezzo più pesante dell’occupazione militare: qui la vita si è svolta finora in una condizione di relativa tranquillità, tra pastorizia, agricoltura e in qualche caso una piccola produzione industriale. Da un giorno all’altro, gli abitanti di Bil’in, Nilin, al-Ma’sara, e di decine di altri villaggi, si sono trovati separati dai propri campi, impediti a raggiungere ospedali scuole o fabbriche poco distanti; si sono visti espropriate grandi porzioni di terra e hanno assistito a una nuova vertiginosa espansione delle colonie negli appezzamenti rimasti chiusi al di là del Muro. Alcuni villaggi, come Nilin, sono stati completamente accerchiati dalla barriera, e l’entrata e l’uscita delle persone è regolata in modo arbitrario dai militari posti ai varchi. Proprio a Nilin è accaduto che a una donna prossima al parto e a un uomo bisognoso di cure ospedaliere sia stato negato di lasciare il villaggio senza che venissero fornite spiegazioni sul motivo. Decine di volte ai bambini viene impedito di recarsi alla scuola che si trova fuori dal villaggio. Gli esempi di questo impero dell’arbitrio e dell’illegalità (il Muro è stato dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia, come tutte le colonie costruite a partire dal ‘67) da parte dell’esercito israeliano sono innumerevoli: una visita a due o tre di questi villaggi vi permetteranno di tornare a casa con decine di storie inverosimili, ma vere e verificabili presso gli uffici dell’ONU e delle diversi organizzazioni internazionali presenti. E tutte queste storie che potreste ascoltare saranno accomunate dallo stesso sgradevole odore di sopraffazione, di razzismo, di rappresaglia contro i civili, di punizioni collettive per crimini di singoli, o addirittura per nessuno crimine.
E’ in questi villaggi marginali, dove la presenza dell’ANP è più debole e i conflitti politici e ideologici interni alla società palestinese sono assai più flebili, che nei primi anni 2000 è nata una nuova forma di resistenza, improntata alla non-violenza sia per ragioni organiche (non c’è una cultura né una familiarità con le cose militari in questa zona del paese), sia per precise considerazioni strategiche. La carica oppositiva, ma anche creativa e propositiva, delle prime manifestazioni spontanee è confluita immediatamente nella volontà di creare delle strutture nuove, popolari, agili, collegate l’una con l’altra in modo reticolare e orizzontale, indipendenti dai partiti e dalle dinamiche politiche tradizionali. La nascita dei comitati popolari per la resistenza non-violenta e il loro rapido dilagare in tutta la Palestina, si basa proprio sulla consapevolezza che la scelta non-violenta ha una forza del tutto nuova, molto maggiore rispetto alle modalità dell’intifada “urbana”, e che Israele è al momento incapace di gestire: la protesta non-violenta mette con le spalle al muro le autorità israeliane, che si trovano a impiegare goffamente e in modo criminoso le stesse modalità di repressione che usano contro i combattenti armati contro persone disarmate e determinate a rimanere inermi in tutti i casi. Il movimento non-violento è nato e continua a crescere senza il carisma accentratore di un leader, e in questo senso è veramente una realtà nuova nello scenario palestinese, che trae forza dal basso, dalle comunità locali che esprimono spontaneamente i propri portavoce. Alle riunioni dei comitati è più facile sentire parlare di Gandhi o di Mandela, che di qualunque propugnatore del jihad o della lotta armata di liberazione.


2.
Consapevoli del loro principale punto di forza, i comitati sanno anche che questa forza, per essere attivata, deve essere supportata da un’efficace comunicazione internazionale. La superiorità di civili che restano inermi davanti all’esercizio della violenza da parte di un esercito regolare ha senso solo se determina lo sdegno e l’iniziativa di chi abbia il potere di fermare le armi. Ed è proprio in questo momento, ora che il polverone dell’intifada si è diradato, permettendo a noi esterni al conflitto di osservare la situazione nelle sue differenze e al di là delle semplificazioni e delle mistificazioni, che i comitati stanno cercando di richiamare l’attenzione della comunità internazionale. Tra le varie iniziative che si stanno susseguendo, a settembre si è svolto a Roma, su iniziativa dello SCI e di Amisnet, un incontro pubblico con alcuni portavoce del movimento non-violento palestinese.
“La nostra difficoltà è mantenere il controllo dei nervi -ha spiegato Mahmoud Zwahre del comitato di al-Ma’sara - I soldati cercano di indurci a una reazione violenta, in modo da avere ancora il pretesto per distruggerci fisicamente. Ma noi sappiamo di avere ragione, ed è questo che ci permette di non prendere le armi. Anche loro lo capiscono, sanno di essere completamente dalla parte del torto, e per questo perdono la testa facilmente. Ci attaccano con una violenza che non può essere giustificata. Fanno per primi il passo falso che vorrebbero spingerci a fare. Ci massacrano, ci feriscono. Di notte vengono a prenderci dentro le nostre case, ci sbattono in prigione senza spiegazioni. Se restiamo saldi nella pratica della non-violenza, prima o poi la comunità internazionale dovrà fermare questo crimine”.
“Quando abbiamo iniziato a praticare la non-violenza non avremmo mai creduto che saremmo durati tanto- racconta Thaer Aburahma del comitato di Bil’in - Invece da quattro anni, ogni venerdì, tutto il villaggio scende a manifestare davanti al Muro. E ogni volta l’esercito ci reprime come se fossimo combattenti. La protesta sta diventando sempre più grande: altri villaggi hanno iniziato a imitarci e molti internazionali, compresi parlamentari e giornalisti, vengono a conoscere la situazione da vicino. Questo è ciò che ci importa”.
Lo scorso agosto, ad esempio, Jimmy Carter, Fernando Cardoso e gli altri membri del gruppo The Elders sono stati a Bil’in; l’ex presidente statunitense ha definito pubblicamente l’occupazione israeliana della Palestina “un regime di apartheid”. E Ela Bhatt, rivolgendosi agli abitanti del villaggio ha scritto: “Da Gandhiana e Indiana, io credo che voi stiate mostrando il giusto sentiero a questo mondo distrutto dalla guerra”.
Mantenere i nervi saldi per queste persone non è facile. Se un venerdì qualunque decideste di fare un giro a Bil’in, intorno a mezzogiorno vedreste un centinaio di persone -uomini, donne, bambini, anziani, alcuni disabili- uscire dal villaggio e percorrere la breve strada che si interrompe bruscamente davanti alla barriera (che qui è costituita da un doppio alto reticolato presidiato dai militari). Dopo un minuto li vedreste scappare come topi, urlando piangendo e annaspando, dietro violentissime scariche di lacrimogeni, proiettili di gomma, cannoni ad acqua, che gli arrivano addosso senza alcun preavviso. Sentireste le sirene dell’ambulanza che aspetta poco lontano e appena si dirada un po’ il gas si lancia a raccogliere tre o quattro feriti, uomini e donne che rantolano a terra incapaci di respirare, ragazzi e ragazze che hanno perso i sensi. Percepireste il nervosismo dei soldati che non reggono neanche un minuto alla provocazione di persone civili che osano sfidarli a mani nude; intuireste anche che i militari sanno di avere l’impunità garantita, qualunque cosa succeda. E’ per questo che si permettono di giocare tanto pesante. Il gioco non è senza rischi per i manifestanti. A volte il prezzo è insopportabilmente alto: nell’aprile scorso Bassem Abu Raham ha pagato con la sua vita: un lacrimogeno gli è stato sparato al centro del petto, mentre lui stava in pedi, fermo a qualche metro dalla barriera, non si agitava e non gridava, guardava i soldati al di là delle rete. Ecco una di quelle storie inverosimili ma vere. E gli scettici potranno fugare i loro dubbi cercando su youtube il video di quella giornata che non nasconde niente.
Non si sa bene come, ma anche quella volta gli abitanti di Bil’in hanno mantenuto i nervi saldi e la disperazione per la morte di un giovane non è sfociata in cieca violenza. E proprio a Bil’in, pochi giorni dopo, si è svolta la IV conferenza internazionale sulla resistenza non-violenta. Lo spirito di Bassem ha presieduto ai lavori, con il suo silenzioso e la sua eloquenza; vincolando tutti, non solo i presenti e -lasciatemelo dire- non solo i palestinesi, ad andare avanti per questa strada, a testa alta. Nel settembre scorso, su iniziativa dell’ex vicepresidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini, si è svolto a Supino il primo incontro europeo per il sostegno ai comitati popolari per la resistenza non-violenta in Palestina.


3.
Nei campi profughi il clima è completamente diverso, le persone hanno un’altra sensibilità, un’altra disperazione, altri traumi che si tramandano e si amplificano ormai da 4 o 5 generazioni di profughi. I primi hanno abbandonato le proprie case sessanta anni fa per scappare da quella guerra da cui è nato lo Stato di Israele, per vedersi poi negato il diritto a farvi ritorno. Quel diritto che è sancito dalle convenzioni internazionali e ribadito da una specifica risoluzione Onu (194), sempre disattesa da Israele. E da quando Israele ha occupato tutta la Palestina, quaranta anni fa, i profughi reclusi nei campi sono schiacciati da una sistematica e quotidiana violazione dei diritti umani più basilari. Incursioni notturne, arresti indiscriminati, detenzioni senza processo, coprifuoco di giorni, sparatorie nelle strade. Come se essere costretti a vivere in decine di migliaia nello spazio di un chilometro quadrato non fosse già un inferno sufficiente...
Majd, un ragazzo di 23 anni del campo profughi di Al Alain, a Nablus, dove è scoppiata la seconda intifada, non disconosce in nessun caso l’uso della violenza da parte dei palestinesi per motivi morali. Compreso il farsi esplodere in strada tra i soldati o i civili israeliani. “Sono tutti soldati, loro. O lo saranno, o lo sono stati, e all’occorrenza possono tornare a esserlo. E venire a invadere le nostre case, come fanno quasi ogni notte, e arrestarci e picchiarci e ammazzarci. Questa è la società che hanno creato. Ognuno di noi ha qualche parente e amico ammazzato. Se esci di casa per qualunque ragione durante il coprifuoco, ti sparano. In questo campo sono morte diverse persone che uscivano di soppiatto nonostante il coprifuoco, perché non volevano fare i loro bisogni nella stanza di nove metri quadrati dove vivono in dieci, davanti ai propri genitori e ai propri nonni. Come puoi pensare che un ragazzo che si è visto sterminare la sua famiglia davanti agli occhi si faccia degli scrupoli nei loro confronti?”. Nonostante questo punto i vista, Majd ha una convinzione: “La prima intifada si è combattuta con le pietre, la seconda coi kalashnokov. La terza si combatterà con la poesia. Questa è l’arma più potente che abbiamo. La cultura e l’arte gli israeliani non ce le potranno togliere. Per questo io faccio teatro qui nel campo. Leggo la poesia. Leggo Darwish.”


4.
La resistenza non-violenta non riguarda solo i villaggi strangolati dal Muro lungo il confine tra i due Stati: si è manifestata quasi contemporaneamente in diverse zone del paese, e si sta diffondendo rapidamente in tutta la Palestina, compreso l’interno. At-Tuwani ne è un tipico esempio.
E’ un piccolo villaggio di pastori sulle colline a Sud di Hebron, una zona definita dall’ONU come la più povera della Cisgiordania. Grotte, abitazioni in pietra, alcune nuove casupole in cemento: i circa trecento abitanti vivono così, senza infrastrutture e senza corrente elettrica, a parte quella che producono autonomamente con un generatore a benzina. Per l’acqua c’è un pozzo in mezzo al villaggio che permette di attingere direttamente dalla falda acquifera sottostante. Responsabile delle condizioni di vita in questa zona della Palestina è lo Stato di Israele (attraverso il DCO, Israeli District Coordinating Office), conformemente agli accordi di Oslo del ’93 che assegnano buona parte della Cisgiordania al controllo israeliano, in ambito civile e militare, pur essendo parte dello stato palestinese. Ma qui il DCO non consente la creazione di servizi né di infrastrutture: nel ’98 gli abitanti di At-Tuwani hanno costruito una scuola primaria su cui pende tuttora un ordine di demolizione, perché non aveva ricevuto il via libera; meno fortunata la piccola moschea, costruita in condizioni analoghe, che è già stata demolita una volta dall’esercito (per essere ricostruita dagli abitanti). La clinica aperta nel 2005, invece, condivide per ora lo stesso destino incerto della scuola. Per quello che riguarda le infrastrutture dobbiamo risalire alla cronaca recente: l’aprile scorso Tony Blair, in qualità di inviato speciale del Quartetto (ONU, USA, EU, Russia), si è recato a At-Tuwani esprimendo la necessità di consentire lo sviluppo del villaggio. Pochi giorni dopo l’ANP ha iniziato la costruzione di piloni per l’allacciamento alla rete elettrica nazionale. A maggio le autorità del DCO hanno imposto il blocco dei lavori, negando che sia mai stato accordato il permesso di costruzione. A fronte della richiesta del capovillaggio di un documento scritto che vincoli la DCO a consentire la costruzione, Blair a tutt’oggi non ha dato risposta.
Ma non è per via di questo conclamato razzismo di stato, che peraltro influenza la vita quotidiana della maggior parte dei palestinesi, che a At-Tuwani si è costituito un comitato popolare per la resistenza non-violenta.
Questa storia comincia nell’81, quando l’esercito ha costruito a ridosso del villaggio una base militare, presto convertita in colonia civile secondo una dinamica piuttosto diffusa. Ma’on, questo il nome dell’insediamento, è stato popolato da membri dell’Orthodox Zionist Youth Movement, contraddistinto da un’ideologia politica di ultradestra e da un fanatismo religioso non estraneo all’uso della violenza. Tra Ma’on e At-Tuwani i coloni hanno creato un “avamposto” in cui si sono trasferite una dozzina di famiglie. L’avamposto Havat Ma’on, illegale per la legge israeliana, è stato demolito dall’esercito nel ’99, per essere subito ricostruito dai coloni.
La sola ragione plausibile per fondare una colonia nella zona più povera e inospitale della Cisgiordania è l’intenzione di portare un po’ di Israele dove prima ce n’era poco; e i coloni di Ma’on non hanno tardato a dimostrare che il loro obiettivo è la pulizia etnica della zona. Dalla nascita della colonia i pastori e le famiglie di At-Tuwani sono stati sottoposti a sistematiche violenze: intimidazioni, aggressioni fisiche, lanci di pietre contro le case, avvelenamento del bestiame, dei campi e del pozzo, abbattimento degli ulivi. Inoltre, l’esercito e la polizia appoggiano apertamente le iniziative dei coloni, e spesso intervengono a cacciare i pastori dai loro stessi campi, adducendo il motivo che i coloni si sentono provocati nel vedere palestinesi che si aggirano intorno alle loro case.
Nel 2001 gli abitanti di At-Tuwani hanno deciso di reagire in modo organizzato a questa condizione di assoluta sopraffazione e, con il sostegno dell’associazione pacifista israelo-palestinese Ta’ayyush, hanno dato vita al South Hebron Hills Commitee - Movimento non-violento dei pastori.
In dieci anni il comitato ha organizzato seminari internazionali sulla pratica della non-violenza, campi estivi per bambini palestinesi e ebrei israeliani, ha creato il Museo della Donna e il Museo della non-violenza, ha aperto un sito web.
Tutto questo fermento ha aumentato le tensioni con i coloni di Ma’on, che nel 2004 si sono lanciati in una serie di aggressioni ai bambini di un villaggio vicino che si recavano alla scuola di At-Tuwani. Lo choc di questa nuova inqualificabile violenza ha indotto i pastori ad appellarsi alla comunità internazionale, che ha risposto con la creazione di un gruppo permanente di volontari, formato dagli italiani dell’Operazione Colomba e dagli statunitensi del Christian Peacemaker Team. Il duplice scopo della presenza internazionale era inizialmente scortare costantemente i bambini a scuola e i pastori nei campi per dissuadere i coloni dal compiere aggressioni, e documentare con telecamere tutti gli episodi di violenza per poter denunciare i fatti alle autorità e all’opinione pubblica. In capo a pochi mesi il primo obiettivo si è dimostrato difficile da perseguire: in una nuova aggressione dei coloni un volontario, colpito al volto con la sua stessa telecamera, è rimasto ferito seriamente. La notizia in questo caso ha fatto scalpore arrivando fino alla Knesset: e in risposta il Parlamento Israeliano ha deciso di istituire una scorta militare, tuttora in funzione, per proteggere i bambini degli attacchi dei coloni. Il gruppo di volontari è comunque rimasto nel villaggio per documentare le frequenti mancanze e inadempienze della scorta e per accompagnare i pastori nei campi. Accade frequentemente che gli stessi soldati che la mattina hanno scortato i bambini a scuola, il pomeriggio si presentino nei campi per scacciare, minacciare e a volte arrestare i genitori dei bambini stessi.
Anche in questa storia a questo punto entra in ballo un muro. Un piccolo muro in realtà, non quello alto otto metri che siamo abituati a vedere. Un “muretto” alto solo ottanta centimetri, lungo 14 km, eretto lungo la statale 317. Questa strada è una delle cosiddette “by pass road”, costruite da Israele sul suolo palestinese per collegare le colonie tra loro, e tutta la rete con l’interno dello stato israeliano. La legge proibisce ai palestinesi l’uso di queste strade. Forse per ribadire questo concetto, nel 2006 i militari hanno iniziato la costruzione del muretto, che nel suo “piccolo” è stato sufficiente a impedire agli abitanti di At-Tuwani di raggiungere in macchina la città più vicina, Yatta, dove tra le altre cose c’è l’unico ospedale della zona. La barriera è stata costruita per una sorta di “eccessiva solerzia” dei militari, dato che la sua edificazione non era ancora stata deliberata dalle autorità israeliane. Il giorno di inizio dei lavori, 22 aprile 2006, gli abitanti di At-Tuwani sono scesi a manifestare lungo il bordo della strada proibita, determinati a mettere in pratica la strategia della non-violenza. Il risultato, come in un copione troppo prevedibile, è stata una violentissima repressione, con il ferimento di una donna anziana e l’arresto di diversi uomini, tra cui il portavoce del comitato, Hafez Huraini. In seguito a una petizione condivisa da diverse associazioni umanitarie palestinesi e israeliane, la barriera è stata dichiarata illegale e quindi rimossa. Ma la protesta della popolazione non si è fermata. Se un ostacolo alla libertà è stato abbattuto, ne restano abbastanza perché la vita continui a essere impossibile. E, come se non bastasse, in questo regime di arbitrio e assenza di legalità, se ne possono costantemente aggiungere di nuovi: l’ultima novità per gli abitanti di At-Tuwani è arrivata nell’aprile scorso, quando membri dell’Ente Nazionale Israeliano per i Parchi Naturali hanno dato notizia che l’area su cui sorge il villaggio sarà destinata a “parco naturale” Se così fosse -non è stato ancora fornita una conferma ufficiale dalla autorità- la popolazione sarà evacuata forzatamente, le abitazioni saranno demolite, e ai coloni non sarà più inflitta la sgradevole vista dei pastori che portano i greggi sui propri campi, in mezzo ai quali - espropriando alcuni dei quali- trenta anni fa questi Giovani Sionisti Ortodossi hanno deciso di stabilire la loro residenza.



AT-TUWANI - CRONOLOGIA ESSENZIALE

1948: profughi palestinesi costruiscono il villaggio At -Tuwani a Sud di Hebron.

1981: soldati israeliani creano accanto a At-Tuwani una base militare

1982: con l’insediamento di civili israeliani la base diventa la colonia Ma’on.

1993: accordi di Oslo: At-Tuwani è sotto il controllo militare e civile israeliano

2001: nasce il South Hebron Hills Commitee, movimento non-violento dei pastori

2004: insediamento di volontari internazionali. Scorta militare israeliana per i bambini.

aprile 2006: costruzione di un muro di separazione

marzo 2009: visita di Tony Blair

aprile 2009: nasce il Museo della Resistenza non-violenta

maggio 2009: le autorità israeliane bloccano i lavori di allacciamento alla rete elettrica richiesti da Blair

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