sabato 18 settembre 2010

A meno che questo

Io e l'orchidea guardiamo la finestra. Seduto sul divano, io; ritta nel suo vaso di vetro, poggiato sul vecchio tappeto persiano, lei. Insieme al cocco, con le sue lunghissime e slanciate foglie verdi, stanno in mezzo alla stanza, proprio davanti a me. Tutti e nove i fiori dell'orchidea, tranne due, sono rivolti alla finestra. Le piante mi danno le spalle. Noi tre, seduti in due file come a teatro, guardiamo di fuori, verso il colle di Fiesole.


Un attimo fa il sole. Ora scende la pioggia. Ma è ancora soleggiato, il cielo è per metà sereno, è una pioggia leggera, da fine estate. E che stia piovendo lo si capisce più che altro dal rumore soffuso di scroscio improvviso e leggiadro. Poi il suono si attenua, finisce, torna la luce forte, più intensa di prima; che entra nell'appartamento insieme a un alito di vento che scuote le sensibili foglie-antenne del cocco.


Qualche giorno fa ho comprato l'orchidea. "Ce l'ho anche bianca", ha detto il fioraio. "Preferisco questa bianca e viola, questa è perfetta". L'ho portata a casa tornando dal lavoro. Ramona s'è incaricata di prendersene cura; come per tutte le cose che hanno bisogno di essere accudite.


Prima di partire mi ha lasciato precise istruzioni. "Nel vaso ci deve essere sempre un dito di acqua demineralizzata, che si trova sotto il lavandino. Devi versarla però col beccuccio della teiera, per non bagnare la terra, che deve restare asciutta. Poi inumidisci un po' le foglie - ma non i fiori! - due volte al giorno, con lo spruzzino che sta sul frigo. Fa' attenzione, è delicata. Dicono anche che se la guardi, e ci parli un po', ti dice lei stessa di cosa ha bisogno".


Stamattina ho svolto con cura le mansioni essenziali. Me ne stavo già andando a farmi gli affari miei, ma mi sono fermato con la teiera in mano. Mi è venuta in mente l'ultima parte delle raccomandazioni, sul guardare e il parlare. Sono tornato indietro, mi sono inginocchiato davanti alla pianta, ho cercato come guardarla. Mi sono seduto per terra. L'ho guardata negli occhi.


Mentre si faceva strada in me uno stupore ampio e luminoso come un'aurora nel deserto, ho subito pensato che avrei facilmente potuto morire - fosse anche tra cent'anni - senza avere mai visto davvero un'orchidea. Pur avendola comprata perché la trovavo bella, non le avevo dedicato neanche uno sguardo esclusivo, uno sguardo fermo, uno sguardo penetrante.


Sarei potuto sparire dalla faccia della terra e dalla storia senza avere saputo niente del colore madreperlaceo, del bianco vellutato e luminescente dei petali dell'orchidea; niente della loro forma e disposizione, che sovrappone una struttura tripartita sottostante a un doppio aprirsi d'ali delicate, come di farfalla, più sopra; e niente della boccuccia di serpente dove si concentra intensissimo il colore, con la sua conformazione a curve, aperture, dentini, sfumature.


Mi viene in mente ciò che mi ha raccontato mia sorella tornando da un viaggio in Giappone, sulla pratica diffusa tra le gente comune di immergersi in profonda meditazione davanti ai fiori, curatissimi, nei parchi pubblici. Osservarli, fotografarli. Mi vengono in mente alcune poesie 'cinesi' di Bertolt Brecht, sui tempi bui e gli alberi del giardino.


Stamattina ho letto cose intelligenti e allarmanti, ma non (non più) sorprendenti, sullo stato delle cose più importanti che ci riguardano. E ho pensato a Gino Strada, che con durezza estranea a ogni logica piaciona dello showbusiness, ha dichiarato davanti alle telecamere che "i partiti e i politici sono il cancro che ha devastato l'Italia" e che la sua scelta attuale è di vivere, e agire, come se quelli non esistessero. Non disinteressandosi della politica, ma facendo individualmente anche le veci della politica.
Ci sarebbe di che prendere scope, vanghe e forconi e scendere in strada, e aggiustare subito due o tre cose che non vanno, che non si possono mandare giù.


Ma cosa avrei potuto combinare di buono, senza avere mai osservato con attenzione un'orchidea? E su quante altre cose non ho esercitato altro che disattenzione, a partire da quelle che ho tutti i giorni intorno? Per questo motivo, per via di questo necessario mettersi in pari, la rivoluzione è rimandata a data da destinarsi.


A meno che questo non sia già un primo atto rivoluzionario. Per quel che ne so, restare un quarto d'ora a osservare una pianta potrebbe essere già diventato illegale: "violazione dell'obbligo di disattenzione", o "superamento dei limiti consentiti di concentrazione su una sola cosa che non sia un mezzo di comunicazione controllato dal governo o da qualche altra lobby di potere affiliata". Da un po' di tempo, reati del genere sono stati inventati.


L'orchidea e il cocco stanno ferme a guardare fuori dalla finestra, mosse da un fremito appena, quando un filo di vento entra in salotto. Il portamento è composto, pieno di dignità. Non si volterebbero da questa parte per nessun motivo al mondo, anche se mi mettessi a gridare. Sembrano del tutto disinteressate a questi argomenti, come a tutto ciò che è dolente.


Credo che sia già ora di spruzzare di nuovo le foglie.

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