mercoledì 6 ottobre 2010

Amleto, o chi per lui (o un altro frammento di un altro racconto)

Il Cimitero degli Inglesi è una minuscola collinetta circondata dai viali. Poggiolo di assopita serenità fuoriporta, un tempo, isola spartitraffico piena di croci celtiche inclinate e statue di angeli incrostati di muschio, oggi. Piccola parte di mondo più insensato che sinistro, malgrado tutto. Tanto insensato che il più delle volte ci si passa accanto, ci si avviticchiola intorno per cambiare direzione, la si costeggia sterzando e suonando e imprecando, specie nell'ora di punta, senza neanche vederla per ciò che è veramente. Si pensa magari a una rotonda sporgente, rialzata, sbalzata fuori dal livello del suolo, per qualche motivo, ci sarà un motivo; non si pensa mai a un terrapieno pullulante di antichi cadaveri, antichi scheletri, o forse neanche tanto antichi chissà, le cui restanti ossa vibrano a ogni passaggio di autobus, tintinnano l'una contro l'altra ogni volta che un automobile stringe troppo la curva mettendo tra sé e quei resti una distanza di pochi metri. Godimento puro per i pentiti della retta via, tentazione irresistibile per i fanatici dell'inversione di marcia, il Cimitero degli Inglesi è accessibile grazie a un'esile striscia pedonale che parte dal nulla, il cui inizio nel nulla, che si trova in mezzo all'asfalto, è raggiungibile a sua volta grazie a un'altra striscia pedonale, quella che attraversa i viali e collega le due sponde. Il verde dei pedoni dura poco, troppo poco perché l'attraversatore possa permettersi il lusso di voltarsi e soppesare la possibilità di ritardare di qualche minuto i suoi programmi giornalieri, imboccare la seconda striscia pedonale, quella che dalla principale si diparte quasi perpendicolare, e affacciarsi per qualche minuto in quello spazio recintato e tagliato fuori dalla vita della città, da essa assediato.



Mi trovo in quel punto, dove le due strisce pedonali si incontrano; praticamente in mezzo alle due carreggiate. Mi volto, sento tutto un mondo di esitazione che si agita – no, agita è troppo: si scuote – dentro me. Guardo davanti, la zebra che conduce all'ingresso del cimitero: un cancelletto aggrappato a due sbilenche colonnine neoclassiche, e oltre a quello qualche gradino che sale. Guardo a destra e a sinistra, alle opposte sponde dei viali dove l'omino stilizzato nel bollo del semaforo diventa giallo e lampeggia come monito insistente. Le auto ferme al rosso cominciano premere sull'acceleratore anticipando lo scatto del verde.

L'email recitava così: "Gentile signore, noi non ci conosciamo, ma credo che tuttavia abbiamo qualcosa da dirci. Mi spiego meglio: per quel che mi riguarda, io so di avere qualcosa da chiederle; e spero vivamente che lei avrà una risposta da darmi. Non posso dirle di più. Anche se può non capire, sia così cortese da volermi incontrare al Cimitero degli Inglesi il giorno... alle ore...". Ci avevo messo qualche secondo a realizzare il senso della lettera. Poi avevo dovuto rileggerla cinque o sei volte per convincermi che non si trattasse di uno scherzo o di un errore, e che si rivolgesse veramente a me, per dire esattamente quello che diceva.

Avanzo. Le auto sterzano nervosamente schivandomi giusto per pochi centimetri, pur di non fermarsi davanti all'attraversamento pedonale. Chi è costretto a inchiodare per non investirmi, suona; poi, appena ha strada libera, riparte facendo stridere le gomme sull'asfalto. In quei quattro metri che mi separano dal cancelletto vengo sfiorato da mezza dozzina di motorini che mi sfrecciano davanti e dietro; uno di loro allunga una mano verso di me come per darmi un colpo, o allontanarmi dalla sua traiettoria, e urla qualche insulto che non riesco ad afferrare. Ma io avanzo sicuro senza voltarmi: so che non cedere alla paura e all'ansia è l'unico modo per superare quella prova restando vivo.

Il cancelletto, come è ovvio, nell'aprirlo stride. Neanche tanto in realtà: cigola sommessamente, in un modo che giudico naturalistico, così mi dico. Varcata questa poco solida soglia, comincio a lanciare occhiate a destra e a sinistra, sorvolando con lo sguardo sul piccolo sovraffollamento di lapidi. Non mi soffermo veramente su niente, in cerca di una sensazione d'insieme. Suggestioni diverse mi assalgono: forse sono il primo essere umano a entrare in questo luogo da anni e anni; niente lascia pensare ad alcun genere di cura, o a una recente presenza umana, anche se non posso affermare che l'ambiente sia in uno stato di selvaggio abbandono. L'erba è certamente incolta, ma le tombe non sono invase dai rovi; il sentiero è quasi cancellato, ma si riesce comunque ad avanzare senza ostacolo. Mi inerpico verso la cima della collinetta; ho fatto solo pochi passi, e già a separarmi dalla cima non restano che pochi metri. Al di là del muretto, da tutti i lati, proviene un frastuono incessante, con imprevedibili momenti di distensione e di intensificazione. Di tanto in tanto, scariche di clacson polifonici.

Per quando sia un po' in anticipo, lo trovo già lì. Lui non si accorge subito della mia presenza. Sta mezzo appoggiato a un parallelepipedo di pietra, che deve essere un resto sgangherato di qualche genere di mausoleo. Lo trovo goffamente ricurvo su se stesso, incassato dentro un'attesa, come se non avesse l'energia per tenere la schiena dritta; questa è l'impressione che mi trasmette al primo sguardo. Un uomo afflosciato, in balia della gravità. Io invece mi sento così leggero, man mano che salgo.

Lui mi volta le spalle di tre quarti, intravedo appena il suo profilo mentre mi avvicino silenziosamente. Non è che io abbia l'intenzione consapevole di non farmi sentire; ma l'erba attutisce i miei passi; e in ogni modo il frastuono delle macchine e degli autobus coprirebbe il calpestio, anche se in terra ci fosse un tappeto di foglie secche. Vedo che l'uomo ha un cappello con la tesa larga, floscio anche quello, di un colore sbiadito indefinibile. Tutta la sua figura, mi viene da pensare, appare piuttosto incolore; più o meno come queste lapidi di morti inglesi che, tra i licheni, il fumo di scarico e il tempo, non hanno altro colore che quello proprio di un 'avvenuto abbandono.

Si volta di soprassalto e attacca a gesticolare come un pazzo. Per un attimo mi fermo interdetto. C'è ancora una certa distanza tra noi. Dovrei annunciarmi, salutarlo, qualcosa; ma le circostanze anomale del nostro incontro mi spingono piuttosto a tacere del tutto. C'è una luce diffusa e lattiginosa, tra l'altro, la foschia inquinata della città che filtrata tra i rami di questi alberi rinsecchiti si fa ancora più densa e opalescente; e mi invade il campo visivo, mi impedisce di mettere bene a fuoco quest'uomo che si agita, si divincola, non cessa di gesticolare convulsamente rivolto verso di me.

Non riesco a capire se abbia parlato, o se stia ancora dicendo qualcosa. Il boato continuo satura il mio udito, l'improvviso intensificarsi e decrescere del rombo lascia un fastidioso e disorientante riverbero intorno ai miei timpani. Osservo con una certa circospezione, ma non distinguo nettamente il suo viso, per non dire della bocca; mi sembra che tutto in lui si muova, in una mania sincopata e compulsiva; ma non potrei dire se le sue labbra stiano o meno articolando parole. Riprendo ad avanzare verso. Mi sembra di vederlo indietreggiare, ma non ne sono sicuro. Faccio altri passi, diversi passi, mi sembra, in direzione dell'uomo. Ho dato per scontato che sia proprio lui, l'uomo con cui ho appuntamento; ma forse non è affatto così. In fondo sono in anticipo – ero in anticipo: da quanto tempo sono entrato? - e l'uomo che devo incontrare potrebbe non essere ancora arrivato. Forse è alle mie spalle, forse sta salendo anche lui sulla collinetta e vede la mia schiena attraverso la stessa stolida nebbia malsana che si frappone tra me e l'uomo che si agita. Uomo? Forse è un ragazzo. O una donna imbacuccata? Un barbone; o una barbona. Ipotesi più che probabile. Chi mai potrebbe trovarsi in un posto del genere, in una mattinata opaca e dozzinale come questa? E certo l'afflosciato – o l'afflosciata, mi dico – sta pensando la stessa cosa; per questo motivo, ora, vedendomi avanzare verso di lui, vedendo un intruso inatteso e improbabile nel suo spazio di nessuno, si agita e gesticola spaventato per esorcizzarmi, tenermi alla larga, a bada.

Mi fermo, preso da nuova esitazione. Mi sembra che gli acuti dei motorini e i bassi degli autobus si siano fatti ancora più intensi, in una cacofonia di frequenze che azzannano il cervello o fanno inducono un profondo tremito alle viscere. L'uomo continua a scuotersi, quasi a disgregarsi, come un mucchio di stracci scosso da un vento fortissimo che cambi continuamente direzione. Solo che non c'è vento sulla collinetta in mezzo ai viali; a parte le folate improvvise di aria maleodorante causate dal movimento rotatorio, troppo vicino a noi, delle automobili che sfrecciano. Osservo quest'uomo che pare ipnotizzato, nella sua danza epilettica che quasi lo porta via, lo sbatte di qua e di là.

Alla fine capisco. Capisco che con il suo gesticolare disarticolato si sta rivolgendo proprio a me. Con ampi gesti mi chiama, mi invita a salire ancora, ad approssimarmi a lui. Certo, ha un modo di esprimersi esagerato: per fare un cenno con la mano gli va dietro tutto il corpo, si impegna in un milione di contorcimenti e cedimenti. Ma di certo mi sta chiedendo di andare avanti, raggiungerlo. E' lui l'uomo che mi attende.

Buonasera, grida quando gli sono ormai tanto vicino che potrei toccarlo allungando un braccio. Una voce che mi semrba acuta, forse stridula, ma che prima che possa averne registrato realmente le caratteristiche si perde divorata dal frastuono spiraloide delle automobili. Mi concentro sullo sguardo, lo osservo: mi sembra che si sia in parte calmato, nel corpo, anche se parti di lui continuano a essere in balìa di un fremito tarantolato; come se ogni minima oscillazione di un membro o di un ossicino si amplificasse e rimbalzasse in tutta l'ossatura.

Buongiorno, rispondo io; e mi trovo anch'io, mio malgrado, a gridare. Quasi non sento il suono della mia voce. Il rimbombo continuo, concentrico, centrifugo, si porta via tutto, velocissimamente, verso la ionosfera. Sento invece un improvviso stridore acuto, seguito da un colpo come un'esplosione, e frantumi. Mi volto nella direzione da cui il rumore è provenuto, drizzo la testa e mi sporgo per guardare oltre il muretto che separa il cimitero dal viale. Prima ancora di riuscire a vedere alcunché, realizzo che anche lui ha fatto lo stesso, accostandosi a me fino quasi a sfiorarmi: imita i miei stessi gesti, drizza la testa, si sporge obliquo sulla strada. Un motorino si è schiantato contro la fiancata di un furgone. Un ragazzo zoppica cercando di rialzare il suo mezzo dal manubrio; un omone scende dal furgone aprendo e chiudendo la bocca con vigore, paonazzo – non posso sentire ciò che dice. Il traffico si paralizza, tutti suonano, le auto si insinuano negli interstizi, per congestionare ulteriormente l'ingorgo.

Io e lui ci ritiriamo dalla visione e dalla strada; ci scambiamo qualche sguardo senza tempo come se niente fosse. Poi mi rendo conto dell'anomalia della situazione e decido che è ora di avere qualche spiegazione. Allora, può dirmi perché? Nell'uomo che ho davanti, prima che abbia terminato la domanda, ricomincia il balletto sismico: muove freneticamente i muscoli della faccia, le labbra; probabilmente insieme a questi gesti concitati sta balbettando qualcosa; ma non posso sentirlo. Parli più forte, gli grido; col solo risultato di farlo agitare ancora di più.

Io... Io... Queste le sole parole che riesco a distinguere. Io cosa? Non sento!, gli grido per tutta risposta. Ho perso... Sì, cosa? Ho perso... Si gira di qua e di là, come assalito da improvviso sconforto, o meglio, da una piena disperazione. Che cosa ha smarrito? Mi dica, continuo a gridare verso di lui, pur avendo ormai la mia bocca a pochi centimetri dalle sue orecchie. Grido fortissimo, ma non sento quasi la mia voce, né la sua, non ci si capisce, il rombo sovrapposto ad altri rombi, a decine, sovrasta tutto, centrifugando caos. Mi sembra di leggere alcune parole, o sillabe, sulle sue labbra, pur nel disordine motorio che lo domina.

La testa... No, l'osso... lo scheletro... Che cosa? Non capisco? Ha perso un osso? Che significa? Non l'osso... No... Il cranio... No, il teschio. Teschio? Credo di non avere capito, può ripetere scandendo più lentamente, per favore? Il te-schi-o, non posso continuare senza, non posso parlare, non riesco a vedere... Devo ritrovare il teschio.

Non so se ho compreso bene questa ultima frase. Cosa significa che non riesce a vedere? gli domando strepitando. Non ricordo chi sono, sembra dire lui, non so chi, cosa, cosa devo, come, dove... Ma insomma, io non so davvero come potrei aiutarla!, faccio io. Mi scusi, ascolti, io... so che... lei sta cercando qualcosa... per lei... qualche cosa che ha perso... un oggetto, credo, un libro... Mi aiuti...

Non so se parla di me, come può sapere qualcosa di me, forse è tutto un equivoco, io non sono la persona che lui ha in mente. Oppure sì, e in effetti è così, ho perso il libro che stavo leggendo, prima della lice bianca che mi ha trascinato altrove, e poi non sono più riuscito a trovare quel libro, a riprendere il filo. Ma che c'entra? Cosa c'entro con lui, col suo fantomatico teschio?

Di nuovo, all'improvviso, soltanto guardandolo, capisco. Credo di capire. Un'illuminazione al centro del frastuono indomabile. Lei è... Lei è... Zitto! Non lo dica, per carità, mi interrompe. Lei è..., dico di nuovo e sto per dire quel nome, ma lui di nuovo, con veemenza mi zittisce, Non lo dica, per carità, potrebbe diventare vero davvero, se lo dice... Poi mio padre... il fantasma... di mio padre... il fantasma... del teschio di mio padre... non so, che direbbe, se quello che lei sta pensando fosse vero. Lei può aiutarmi, mi aiuti, con quel teschio, la prego.

Scendo dal lieve declivio, calpestando una terra che contiene a malapena nuo strabordare di vecchi morti, stipati come sardine, costretti entro un'unica circonferenza di asfalto. Un potente, omogeneo ronzio nelle orecchie, mi impedisce ormai di sentire le variazioni di frequenza del rumore. La nebbia sembra diradarsi oltrepassando il cancelletto. Oppure è solo più prevedibile e scontata, a tal punto che l'occhio neanche la percepisce. Mi chiedo in che cosa potrei essere d'aiuto all'uomo che ho incontrato. Sono propenso a non dare alcun peso a quello che è successo. O che forse non è affatto successo.

Tutto sommato non s'è mosso un topo; oppure sì.
Torno a cercare il mio libro.

Nessun commento:

Posta un commento