domenica 1 maggio 2011

1961-2011: I Novissimi sono ancora nuovissimi


Articolo pubblicato su "Alfalibri" n.1, allegato ad "Alfabeta2" n.9, maggio 2011


1961-2011: I Novissimi sono ancora nuovissimi 
Linguaggio, potere e disfatta nell’Italia di oggi


Buon compleanno poeti
Cinquant’anni fa usciva in Italia, per le edizioni «Il Verri» la prima edizione dei Novissimi. In copertina, oltre al sottotitolo «poesie per gli anni sessanta a cura di Alfredo Giuliani», compariva una descrizione del libro: «la voce violenta della nuovissima poesia italiana». Rivelazione e rivoluzione culturale insieme, quel famoso libretto sarebbe stato riedito da Einaudi, nella “collana bianca” di poesia, quattro anni più tardi, dopo la costituzione del Gruppo 63 da parte degli stessi autori.
Famoso libretto: forse non più tanto. A cercare «i novissimi» nel web, si deve scendere alla seconda o terza pagina dei risultati prima di trovare qualche informazione pertinente, dopo varie notizie su catechesi e letteratura spagnola. Abbiamo ricordato Calvino, Pasolini, Pavese, Flaiano, per i loro anniversari di nascita o di morte caduti nel 2010; e ora, nel bel mezzo dei fasti per le celebrazioni dell’Unità d’Italia, richiamo di dimenticarci del mezzo secolo di vita di questo libretto da combattimento che ha cambiato per sempre la fisionomia e il destino della poesia italiana.
Nel 1961 l’uscita dei Novissimi suonò come una scioccante e imprevista affermazione politica: la comunità intellettuale pensante italiana – poeti, critici, intellettuali, lettori – intendeva aprire un confronto con il Linguaggio per smascherare, comprendere, decostruire e modificare i meccanismi del Potere. In quei primi anni di boom economico, in Italia iniziava a farsi manifesta e serrata la guerra psichica mossa contro la popolazione: guerra nella quale la pubblicità televisiva rivestiva il duplice ruolo di cavallo di Troia e bomba atomica. (Carosello era nato nel 1957, tre ani dopo l’effettiva diffusione della televisione in Italia.) Con la pubblicità si affacciava sul territorio nazionale un paradigma antropologico nuovo: quello secondo cui ogni enunciato contiene non uno, ma tre messaggi diversi e divergenti: uno esplicito, che ha a che fare con gli interessi dichiarati dell’ascoltatore, destinato a essere decodificato (A); uno implicito, che ancora riguarda gli interessi dell’ascoltatore, ma inconsci o inconfessabili, che deve essere assimilato senza essere decodificato (B); e uno segreto, che riguarda gli interessi dell’emittente e non deve essere nemmeno intuito dal destinatario (C). Cioè: «Il prodotto X è utile, efficace e conveniente» (A). «Se acquisti il prodotto X non sarai un disadattato, e i tuoi desideri sessuali saranno soddisfatti» (B). «Devi comperare il prodotto X, perché io ho bisogno del tuo denaro e del tuo consenso» (C).
Sottoposti fin dalla prima infanzia a quest’uso del linguaggio, preferendo cogliere i vantaggi piuttosto che gli svantaggi di questo paradigma antropologico (d’altra parte, omologandosi a esso, si diventava sempre più ricchi, ricchi…), abbiamo sviluppato un crescente disinteresse per quell’attitudine che spinge gli umani a relazionarsi al reale cercando di decodificarlo anche come linguaggio, attraverso l’esercizio dell’intelligenza. Il gioco, evidentemente, funzionava finché le tre carte non venivano scoperte tutte e tre insieme. E agli italiani andava benissimo non scoprirle, dato che l’interesse prevalente era continuare a giocare, restando nel ruolo che era stato loro assegnato, e nel rispetto delle regole che gli inventori del gioco – nonché proprietari delle sue manifestazioni – avevano stabilito: era pur sempre un gioco.
Gli effetti di tale riforma del linguaggio erano diversi da quelli delle forme classiche dell’ars retorica e della propaganda politica: questa guerra psichica non puntava solo alla conquista del consenso ma anche alla trasformazione dell’uomo, come si era già visto nei totalitarismi della prima metà del Novecento. Di fronte alle festose e scanzonate fasi iniziali di questa mutazione antropologica, pochi sembrarono accorgersi del peso delle implicazioni: Pasolini, senz’altro, con la sua accorata e incessante lamentazione; e quel manipolo di poeti «violenti», inventori e protagonisti della Neoavanguardia, tutti dediti ad agitare gestualmente il verbo, più che a pronunciarlo, proprio nella speranza di vedere ricadere sulla tavola – sempre più imbandita – le tre carte scoperte, e poter quindi gridare «il re è nudo!». E così mandare a gambe all’aria il tavolo, l’Italia post-fascista e democristianizzata, e mezzo mondo.
La ragazza Carla di Pagliarani, le Predilezioni di Giuliani, il Laborintus di Sanguineti, le Osservazioni sul volo degli uccelli di Balestrini, l’Aprire di Porta, gridavano «il re è nudo, il re è aperto, sezionato, possiamo guardarci dentro e capire cos’è che gli conferisce il potere». A rilanciare il senso dell’operazione in un gioco a più livelli, l’appendice del libro era intitolata Dietro la poesia. Così la nuova poiesis, anche quando guardava se stessa allo specchio, gridava «il re è nudo!» Ognuno dei cinque poeti esponeva qui i propri strumenti di lavori, presentava al pubblico le proprie armi. Se fuori, nella società, le cose andavano facendosi oscure e inesplicabili, e proprio per questo persuasive e pervasive, nella poesia non ci dovevano essere segreti: una guerriglia a volto scoperto.
Anche se cambiò per sempre la storia della poesia italiana – e non solo – e segnò un limite nell’uso del linguaggio che, per radicalità, non è più stato oltrepassato, la nuova poiesis rappresentata dai Novissimi non influenzò in modo decisivo il rapporto degli italiani con il Linguaggio. E, se di guerriglia si trattava, l’esito non fu una vittoria.

Divorzio all’italiana
L’obiettivo della Neoavanguardia di parlare al popolo e per il popolo ebbe la sua simbolica Waterloo nel 1976, quando il Secondo tragico Fantozzi dichiarò nei cinema di tutta Italia: «Per me la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!». Villaggio, fine rilevatore delle mutazioni sociali, raccontò in poche parole il divorzio in corso tra gli italiani e il linguaggio. A ben guardare, la scena è prodiga di significati. Ejzenstejn è universalmente noto come propugnatore di una nuova visione del cinema come linguaggio; di più: l’invenzione del “montaggio analitico” fa di lui un simbolo stesso del linguaggio. Ejzenstejn condivideva con il Futurismo (e la Neoavanguardia italiana condivideva con entrambi) la convinzione che la proprietà del linguaggio da parte del popolo fosse la Rivoluzione. Dziga Vertov portò questo pensiero ancora più lontano: una macchina da presa per ogni uomo sovietico, per riscrivere collettivamente significato e forme del reale.
Dissento dall’interpretazione canonica della scena fantozziana, che vede nella rivolta degli impiegati contro il film russo la rivolta della classe media italiana contro le élite intellettuali. Credo piuttosto che questa scena esprima la rivolta del popolo italiano tutto contro il linguaggio tout court. Si inaugurò così in Italia, con i dichiarati «92 minuti di applausi» seguiti al grido di Fantozzi, l’epoca dell’orgoglio analfabetico. A cui si coniugò immediatamente l’abiura della logica tradizionale, inverando così la lucida profezia che Orwell vergò nel 1948 nelle pagine di 1984: nell’ordine mondiale seguito alla Seconda guerra mondiale, la regola imposta dalle strutture di potere ai cittadini sarebbe stata: credere nel dogma del «2+2=5».
La scena fantozziana, a un altro livello, parla anche di questo: infatti la corazzata Kotiomkin di Serghei M. Einstein, lunga 18 interminabili bobine, non è certo la stessa cosa della corazzata Potemkin di Sergei M. Ejzenstejn della durata di 75 minuti, film girato realmente nel 1925. Ma nell’immaginario collettivo italiano, ciò che dice Fantozzi è «La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!». Ecco come, con una subdola sostituzione, si inizia a obbedire al «2+2=5». Neanche le immagini del film russo che si intravedono corrispondono a quelle di Ejzenstejn: furono girate ex-novo dal regista del Secondo tragico Fantozzi (anche perché non ottenne i diritti di utilizzazione delle immagini originali).
Un altro scrittore a suo modo di “fantascienza”, Carlo Collodi, era giunto alle stesse considerazioni che Aldous Huxley ha esposto magistralmente nel Mondo Nuovo: che vivere nel Paese dei Balocchi, in una realtà basata sull’auto-realizzazione automatica e in tempo reale dei desideri (non è questo il meccanismo incantato del consumismo?) ha un costo: la perdita del linguaggio e del pensiero articolato a favore del raglio. Ben diverso da quello invocato da Giordano Bruno come eroe del libero pensiero, è divenuto infatti l’Asino il nostro modello antropologico fondamentale!
Dopo Fantozzi venne Berlusconi, che poté seminare in un terreno già ben predisposto. Nel 1985 Alberto Moravia (ce lo ha ricordato di recente «Micromega») sosteneva che «Berlusconi è uno dei massimi responsabili del paese materialistico e afono in cui viviamo». Il resto della storia la conosciamo tutti fin troppo bene.

2+2=5
Saltiamo quindi 25 anni e veniamo all’oggi. Italia 2011. Centocinquant’anni di unità nazionale. La neo-matematica (o, citando correttamente, «neo-lingua») orwelliana è ormai religione di Stato. Anche l’opposizione politica si è piegata di buon grado al diktat: lo si vede da come sono state affrontate le guerre degli ultimi vent’anni (compresa quella, per ora solo sognata, in Libia e nel Maghreb). Lo si vede quando i rappresentanti delle istituzioni spendono parole impegnative sul dramma di una donna iraniana condannata a morte, per poi scoprire che forse non era stata verificata attentamente la fondatezza delle accuse; e quando si scopre che altre due donne, una statunitense e una pakistana, i cui casi erano altrettanto controversi di quello dell’iraniana, sono già state uccise senza che si pronunciasse una parola. Lo si vede quando persone comuni protestano contro la vivisezione a scopo scientifico, ma non sembrano restare impressionate dall’ordinaria disinfestazione dei topi nelle fogne del proprio quartiere.
Sono questioni che non derivano principalmente da una morale a intermittenza o da una forma di ipocrisia cronicizzata: piuttosto da una completa estraneità alle regole basilari del linguaggio. Si tratta di uno strabismo logico generalizzato, e universalmente strumentalizzato. Lo stesso che porta gli italiani a credere che alle elezioni il voto degli elettori serva a scegliere il Capo del Governo, piuttosto che i membri del Parlamento (il quale, nell’immaginario collettivo, si forma per “addensamento”, attraverso un oscuro processo di cui è meglio non sapere troppo). E quindi, poco male se la legge elettorale voluta dal Capo del Governo e dai suoi alleati impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, lasciando come unica prerogativa degli elettori la decisione di quanti parlamentari potrà scegliere una coalizione e quanti l’altra. Ed è lo stesso strabismo logico quando il principale quotidiano legato all’opposizione politica parla di una ragazza marocchina, nel contesto di indagini su presunti gravissimi reati compiuti dal Capo del Governo, e replica decine e decine di volte l’immagine di tale persona ripresa in discoteca, in pose provocanti e che nulla hanno a che fare con il contesto degli articoli.
Anche nella mentalità comune la perdita dei nessi tra le cause e gli effetti, tra i comportamenti e le relative conseguenze, rientra nello stesso panorama: non faccio la raccolta differenziata → le discariche esplodono; non pago le tasse → non ci sono soldi per scuole, ospedali e mezzi pubblici. Questi nessi, e tutti gli altri, sono platealmente saltati. E noi parliamo del nulla, spesso con rabbia.
Quello che si scopre, insomma, è che in fondo gli italiani non sono cattivi né stupidi. Hanno solo perso l’uso del Linguaggio. Hanno solo perso il 2+2=4. Hanno solo perso.

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