giovedì 13 ottobre 2011

4 pensieri sulla poesia (e l'arte)

La poesia non asseconda l'impulso interiore, lo contrasta. Cerca intenzionalmente (ma anche con un "secondo" abbandono: una lascivia "innaturale") le discontinuità all'interno dell'impulso, per sterzare improvvisamente e spiazzare gli esiti prefigurati. In questo la poesia frustra le pretese, le aspettative, le esigenze dell'io sentimentale. Ma non esprimendo, attua, e attuando potenzia. Aumenta le possibilità. Rende più potente la vita che le si aggira intorno; quella di chi le si aggira intorno. Molto prima della avanguardie, lo diceva anche Leopardi. E Spinoza. E Bruno.

Calarsi nel corpo della poesia è iniziarsi alla realtà. Pur nel lavorio innaturale della voce, c'è un elemento iniziale, aurorale che resta fondamentale. La poesia è un'auroreggiare continuo, o non è; è un'aurora boreale, epocale, personale, civile.

La poesia, bonificata dall'ego-massage, è sfondamento di un muro nel tentativo di riappropriarsi di ciò che ci è stato negato, da cui siamo stati estromessi, e che però rimane la cosa più appagante che ci possa capitare di esperire: la realtà. E, con essa, la storia.

Militanza non significa altro che: volere intensamente il bene; credere che con il proprio agire si possa perseguire (e non solo enunciare) un bene; che lo si possa in qualche modo, concretamente, aumentare. In questo senso la militanza non è legata ai contenuti della politica o del sociale. Tutto può essere militante. Di certo può esserlo la poesia.

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