mercoledì 5 ottobre 2011

Carne fuori dal corpo

Dopo anni di tentennamenti, qualche giorno fa ho preso la fatidica decisione: ho messo al bando i mammiferi dalla mia alimentazione. Sono convinto che tra un cane e un vitello non corra alcuna differenza, a livello di capacità di provare dolore e di capire il dolore. Questo non vale solo per la sofferenza fisica, ma anche per i sentimenti: vi è mai capitato, in montagna, di dormire accanto a un branco di mucche che per tutta la notte urlano il dolore di essersi viste portare via i figli pronti per la macellazione?

Mangio poco la carne; e inizialmente la decisione non ha comportato grandi sacrifici. Almeno finché non mi sono trovato in una pizzeria a dover scartare tutte le pizze con gli affettati. E finché in pausa pranzo non ho dovuto escludere tutti i panini e ripiegare su un tramezzino all'uovo. E finché, scorrendo il menu in un ristorante, non sono arrivato agli "spaghetti alla carbonara".
L'afflizione ha cominciato a intaccare il mio compiacimento per la recente decisione; ma non la decisione stessa, rimasta incrollabile.
Poi, su Internazionale, leggo che è in fase di sperimentazione la carne in vitro, o carne "fuori dal corpo". Senza uccidere alcun animale, partendo da poche cellule estratte, sarebbe possibile produrre montagne di carne vivente, grassa, tonica, pronta per essere cucinata e mangiata.
Ecco la soluzione che salva la capra (che è mammifero) e i cavoli dell'etica! Per un breve istante ho reagito con entusiasmo alla notizia, poi continuando la lettura del lungo e dettagliato servizio, ha cominciato a salirmi un magone peggiore di quello indotto dal pensiero della sofferenza di tutto il regno animale computata insieme.
Può esistere una carne vivente – corpo a tutti gli effetti, ma informe, senza organi, struttura, estendibile all'infinito in modo del tutto omogeneo – in assenza di soggetto, individuo, animale, essere vivente?
A chi apparterrà quella carne che si nutre, respira, si riproduce, pulsa (attraverso apposita elettrostimolazione necessaria a impedire l'atrofia dei tessuti)?
Viene in mente la barzelletta che fece morire dal ridere il vegliardo in Mary Poppins: "Conoscevo un uomo con una gamba di legno che si chiamava Smith..." - "E come si chiamava l'altra gamba?"
Se creeremo una coscia di pollo senza che esista un pollo - e quindi senza il dolore del pollo - come si chiamerà quella coscia? Smith? O non avrà alcun nome? Siamo davvero in grado di pensare un pezzo di carne slegato dall'esistenza di un'identità soggettiva? "Coltura" e non "allevamento"?
E se siamo in grado di farlo, slegando definitivamente i problemi della nutrizione carnivora da quelli dell'etica, cosa ci impedirà di mangiare carne coltivata "fuori dal corpo" di cane, di gatto, di scimmia, di uomo?
Bistecca di uomo, hamburger di uomo... Magari è prelibata. Ma il mercato si differenzierebbe in un istante: salsiccia di africano, salame di arabo, costolette di ebreo, cervello di ugro-finnico fritto, testicoli di slavo impanati...
Forse alla fine non si mangerebbe altro che carne di uomo, per continuità, omogeneità, pertinenza, razzismo. Perché andare a produrre carne di animale quando ci si può nutrire della stessa materia di cui siamo fatti?
Gli animali sparirebbero, salvo che negli zoo. Non ci si dovrebbe più preoccupare della loro sofferenza, perché non ci sarebbe più alcun vitello a poter scoprire cos'è la sofferenza, il terrore, la deportazione in autostrada per migliaia di chilometri senza acqua e sotto il sole.
Ma, chiunque sia il proprietario filosofico di questa carne nuova, possiamo davvero concepire una carne slegata dal senso del dolore? Non sarà che la carne di maiale può soffrire anche se non c'è il maiale? Non potrebbe essere che la carne ha una sua propria, intrinseca sofferenza, che noi non sentiamo, che i nervi non trasmettono al cervello e alla coscienza? Che rapporto abbiamo con la nostra carne viva? Se provassimo a rapportarci ad essa, non come a una parte di noi stessi, ma come ad altro da noi?
Se tutta quella montagna di carne, milioni di tonnellate di carne pulsante nell'oscurità di magazzini interrati, soffrisse, senza che nessun cervello potesse recepire, concettualizzare, ed esprimere?
E se questo fosse vero, non potrebbe valere anche per i vegetali?
In conclusione di questo labirinto di riflessioni, credo che non potrò più mangiare alcunché di vivente, o che deriva da qualcosa di vivente. Mangerò solo sale, in pratica, non mi viene in mente altro. Poca acqua, piena com'è di microrganismi.
Oppure – la coscienza rimbalza quando sfiora pensieri estremi – potrei concludere che non potendo noi che mangiare vita, vita vivente, sofferente, dobbiamo accettarlo senza farci tanti problemi. E allora potrei tornare a mangiare la pizza al salamino piccante, la carbonara, la tagliata, e anche le salsicce di uomo.
Purché si faccia di tutto per diminuire la sofferenza degli esseri viventi sensibili, per quello che ci è possibile, con tutte le nostre forze. E i gestori degli allevamenti intensivi, e chi ne ha consentito l'esistenza: in galera. Il problema, in fondo, non è essere ammazzati: ma come si muore, e soprattutto come si vive. Siamo nazisti, sì, perché c'è un mare di sofferenza - tra gli umani, tra gli animali - che potrebbe essere evitata soltanto volendolo e non viene evitata. Colossale omissione di soccorso, che non viene riconosciuta come reato. Ma possiamo cercare di essere un po' meno nazisti.
Questo almeno lo dobbiamo a noi stessi, sì.

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