martedì 27 dicembre 2011

"Cinque quadri per Ustica (e una ninnananna)" - Presentazione di Niva Lorenzini

In occasione del Natale l'Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica ha dato alle stampe un piccolo libro con il poemetto Cinque quadri per Ustica (e una ninnananna) che ho scritto per il XXXI anniversario della tragedia. Il libretto ha una prefazione di Niva Lorenzini, che ringrazio per avermi invitato a prendere parte alla ricorrenza, e da una nota della Senatrice Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione. E' una pubblicazione non commerciale, distribuita gratuitamente a Bologna presso il Museo della Memoria, la Biblioteca Salaborsa e la libreria Coop Ambasciatori. Voglio esprimere un ringraziamento all'Associazione, e in particolare alla presidente, per questa iniziativa che mi onora profondamente, e in un certo mi imbarazza - dello stesso imbarazzo che ho provato il 10 agosto scorso nel leggere il poemetto davanti ai parenti delle vittime; un imbarazzo traducibile in queste domande: che cosa la poesia può dire, attraverso di me, a queste persone che hanno conosciuto tale tragedia? Da dove far giungere una voce sincera, spoglia di ogni artificio e da ogni retorica, scarnificata dalle istanze egoiche di poeta che sarebbero quanto mai fuori luogo? Come far sorgere una parola in grado di sostenere il confronto con una situazione non immaginaria ma reale, che suggerirebbe soltanto silenzio, raccoglimento e preghiera?

Presentazione di Niva Lorenzini
A trentuno anni dalla strage di Ustica il trentunenne Carlo Cuppini, nei Cinque quadri per Ustica (e una ninnananna) che vedono ora la luce, unisce la sua testimonianza a quella dei poeti chiamati quest’anno, la sera del 10 agosto, a dare corpo e voce al ricordo. Provenendo da luoghi e tempi diversi, le parole di Neruda e Alberti, Benn, Montale, Caproni, Ungaretti, Pascoli, Porta, hanno costruito assieme, in quella circostanza, un dialogo più forte del silenzio, dei depistaggi, dell’oblio.
Da altra stagione, immerso nel nostro presente, Cuppini restituisce l’impatto dell’evento tragico in versi dal ritmo segmentato, tra cesure che disarticolano il suono, mentre il tempo, lo spazio, la storia, recipitano, e la sintassi esplode lasciando sulla pagina frammenti di gesti, di oggetti, di sillabe che slittano via inebetite, in catene foniche, in cadenze litanianti (la cosa, la casa, la rosa, la roba, la polpa, la colpa, che cade, non cade…). Tra fragilità e attrito, la parola non perde fermezza, e si dà in situazione: capace, all’occorrenza, di farsi voce della denuncia (“battaglia di mosche nel cielo […] si spacciano per bombe cedimenti”; “dice che si deve chiamare / ogni cosa con il suo nome / i morti morti i vivi vivi / gli assassini per esempio assassini”), o di sciogliersi in levità, in soffio. 
Proprio come capitava all’Antonio Porta dato qui in epigrafe, a suggerire, con la danza di parole ritagliate significativamente dalla raccolta del 1980, Passi passaggi, che la semplice vita continua a darsi, indocile, in un ritmo di rinascita dopo la fine.

Info:
http://www.bibliotecasalaborsa.it/eventi/23018


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