sabato 24 dicembre 2011

Infanzia, merce, Natale

Giorni fa ero nel negozio di giochi e articoli per bambini Imaginarium, cercavo un regalo per la mia nipotina che ha nove mesi. Imaginarium è noto per essere un negozio di qualità: non è il solito tripudio della plastica, si trovano anche materiali più naturali, come la carta e il legno, tematicamente i giochi sono dedicati alla natura e invitano alla conoscenza. Ho girato in cerca dei pezzi sulla cui confezione fosse indicato "9m" o giù di lì. Ho girato a lungo, e via via mi saliva un'inquietudine e mi si annebbiava il cervello: i giocattoli mi apparivano sempre meno rassicuranti, pochissimo innocenti; anzi minacciosi, feroci, ingerenti. Perché?, ho preso a chiedermi, mentre iniziavo a sbandare tra gli scaffali, urtavo pile di libri elettronici facendoli precipitare, irritavo mamme che ostacolavo nelle loro manovre passegginesche e padri intenzionati a fare in fretta. Perché, infine, sono uscito dal negozio a mani vuote e con un incontenibile malessere?

Credo che la spiegazione sia questa: l'imponente sistema industriale e di marketing - in una parola il businnes - che si esprime in quel negozio, mi ha pugnalato alle spalle: cercavo un dono per una bambina che amo, e trovavo solo prodotti che ammiccavano con l'intento fare profitti in larga scala lucrando sui desideri dei bambini. Ma mia nipote ha veramente il bisogno o il desiderio di qualcosa che è offerto in questo negozio?, mi sono domandato. La risposta, incontrovertibile, era no. Nel momento in cui le avessi consegnato il regalo, lei se ne sarebbe appropriata e avrebbe iniziato ad averne bisogno. Ma perché suscitarle dei desideri non sorti da lei stessa? Per il mio desiderio di farle un regalo?
Peraltro, altro fattore di inquietudine, l'immaginario proposto, per quanto diverso da quello mutuato dal cartone animato di turno, mi sembrava sempre di una omologazione insopportabile. E, fondamentalmente, aggressivo e sciocco. Perché dovrei proporre e imporre a mia nipote questo immaginario? Sempre per togliermi lo sfizio di farle un regalo "di qualità"?
Sono scappato quanto ho visto dei bambini in grado di intendere e di volere (soprattutto di volere) che si aggiravano tra gli scomparti trascinando genitori pronti a tutto, indicando i desiderata.
Lì il meccanismo mi si è palesato nella sua brutalità: i bambini, in alcuni casi, sapevano già cosa volevano perché avevano visto la pubblicità, o perché riconoscevano un simbolo o un'immagine nella confezione.
Come può esistere un sistema economico che si rivolge direttamente all'infanzia per fare sì che i bambini convincano i genitori a spendere denaro per loro?
Come può essere ammessa in una società democratica questa forma di violenza e manipolazione?
L'insanabile contraddizione tra Natale e acquisti mi ha sempre lasciato allibito; quest'anno mi ha orripilato, facendomi sentire un alieno.

Ma c'è un altro aspetto: studiando la confezione di un giocattolo per capire le ragioni della mia incapacità di pacificarmi con il luogo e i singoli prodotti, l'occhio mi è caduto sulla scritta "made in China". Dunque, per amore dei nostri bambini avalliamo un sistema di produzione in cui è consentito e largamente attuato lo sfruttamento del lavoro dei bambini?
E' evidentemente che amando i nostri bambini ci prendiamo anche cura del bambino che è in noi. Altrimenti non si spiegherebbe la straordinaria, inattesa e contagiosa voglia di giocare, scherzare, cantare che insorge in noi quanto ci rapportiamo a un bimbo. E che continua anche quando il bimbo si è stufato o si è addormentato da un pezzo. Eppure siamo ben disposti a tollerare (o a fingere di ignorare) la relazione diretta che c'è tra la cura che prestiamo al nostro bambino e la sofferenza e incuria che viene  riservata ad altri bambini.
Nel nostro bambino amiamo il bambino che è in noi; e nel bambino che è in noi amiamo l'idea dell'infanzia. Ma nell'infanzia non riusciamo ad amare gli "altri" bambini, tutti gli altri, per esempio quelli di là dal muro che ci impedisce di sentire, di essere coerenti, e compiutamente umani.

I bambini non sono figli dei loro genitori, sono figli del mondo intero, diceva il vecchio Bakunin. L'adagio è un po' desueto, sì lo ammetto, però mi è tornato in mente, e lo trascrivo.

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