venerdì 18 ottobre 2013

Lettera a Pierluigi Battista sul Valle Occupato


Egregio signor Battista,
ho ascoltato il suo intervento sul Teatro Valle, su Radio3, e sono rimasto molto sorpreso dalla sua posizione e dalle sue argomentazioni; a tal punto da provare il desiderio di scriverle per confrontarmi con lei.
Lei riconduce l’intera questione al rispetto delle regole (“la questione è quella del rispetto delle regole”, ha detto testualmente, enfatizzando l’“è”). Come se l’occupazione del Valle avesse interrotto lo svolgimento di un corso florido (ha tenuto a precisare che pochi mesi prima dell’occupazione lei ha potuto godere di uno spettacolo con Franca Valeri).
Eppure lei certamente non ignora che l’occupazione è avvenuta dopo che il disastroso Ente Teatrale Italiano – che ha assorbito e fatto scempio delle risorse pubbliche destinate al teatro italiano per molti decenni – è stato chiuso, praticamente da un giorno all’altro.
Ascoltando le sue parole uno potrebbe pensare che in Italia non sia in corso una catastrofe – giunta con diversi anni di anticipo nel mondo del teatro e della cultura – che ha alla sua base proprio le regole che lei difende a priori, in quanto tali, senza possibilità di critica.
Ora, la critica dell’esistente, che è il succo della democrazia, è anche ciò che consente di immaginare cambiamenti, evoluzioni, alternative, possibili miglioramenti.
E laddove tutto crolla – restando al contempo ingessato in uno status quo garantito dalla totale paralisi gestionale, amministrativa, sindacale, fino a esaurimento scorte – la critica talvolta è portata a spingersi un po’ oltre l’assoluta cortesia, assumendo la forma della provocazione; perfino forzando un po’ le regole.
Dove un teatro rischia di chiudere e restare chiuso per anni (non sarebbe il primo caso), per via di una pessima gestione e di una politica governativa che fa colpevolmente terra bruciata di ogni presidio culturale, mi sembra naturale e sano che l’esercizio della critica si sposi con il principio della resistenza: in nome della sopravvivenza e dell’identità culturale, del rispetto della propria professionalità (mortificata da amministratori che non pagano mai per i propri errori, i quali però possono rovinare la vita delle persone); ma anche in nome di un tentativo di cambiamento – necessario, a detta di molti – di quelle regole entro le quali la crisi si è manifestata e ha trovato terreno facile.
Non ritiene che il Valle Occupato, oltre che una “prevaricazione”, sia stato e sia un laboratorio unico che ha portato a visualizzare in concreto altri possibili sistemi di regole?
Non crede che potrebbe essere utile osservare questo esperimento duraturo non solo per stigmatizzarlo in nome del buonsenso e di un astratto perbenismo, ma anche per capire che cosa sta funzionando, e perché?
Non crede che l’occupazione del Valle sia stata consentita e tollerata dalle autorità soltanto perché non esisteva alcun altro progetto credibile e sostenibile per quello spazio?
E non crede che paragonarlo con il Leonkavallo sia quanto meno bizzarro e inopportuno?
Il mondo cambia (e migliora, almeno secondo alcuni) grazie a piccole forzature dello status quo, soprattutto quando le strutture gestionali esistenti si rivelano incapace di affrontare le sfide del presente, per non parlare del futuro. Il sistema teatrale (e culturale) italiano istituzionale dimostra da decenni di non essere in grado di sostenere, difendere, produrre, promuovere alcunché.
Il Valle Occupato è una “piccola forzatura” che non ha tolto niente a nessuno, ha mantenuto in essere nella Capitale uno spazio culturale di primaria importanza (altrimenti destinato a un futuro incerto e forse ignominioso), si è fatto propulsore e spunto concreto di un dibattito sulle nuove modalità di produzione e fruizione culturale, che in Italia è assente tra le poltrone del Parlamento, negli studi televisivi, nelle sale universitarie e tra le pagine dei principali quotidiani.
Cordialmente,
Carlo Cuppini