giovedì 24 marzo 2011

Chiodi, lettere

Chiodi conficcati nella nostra carne viva, le ventuno lettere a cui affidiamo il compito impossibile di risarcirci dalla privazione essenziale – quella che ci ha sottratti dal continuum universale ed eterno dell’esperienza vitale, quando siamo all’improvviso diventati qualcosa, tra altre cose, che necessitavano un nome, reclamavano una singolarità, condannavano noi alla singolarità, alla separazione, al dover scegliere un posto, un punto di vista, una posizione, tra tutti questi confini improvvisamente proliferati.
Segni di una cicatrice mai seccata, questi segni che consultiamo sul corpo più che nei libri; marchio fissato a fuoco sulla pelle, con la violenza del sacro, apparentemente piegato alle istanze di chiarimento e quantificazione del quotidiano.
Questi punti cuciti col filo nero su tutto il nostro corpo non ci permetteranno di scambiare un solo frammento del nostro privato mistero con alcun altro essere umano, né con dio; ma grazie ad essi risuona in noi la credenza che qualcosa di sapienziale, e perfino oracolare, nella vita, da qualche parte, si celi – ancora, o forse più che che mai.
Tirarli, quei punti, grattarli, lacerando lembi di carne; farla infiammare questa cicatrice, stuzzicare la ferita fino a farla di nuovo arrossare e far schizzare il vettore del dolore fino al centro del cervello. Non ci sono coordinate per fare qualcosa nel modo giusto; il canone è la benda sugli occhi; la letteratura è il mausoleo dell’alfabeto.

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