venerdì 25 marzo 2011

Spazio, corpo, azione e gesto

La poesia è spazio e corpo, azione e gesto. E' spazio del corpo e nel corpo. E' lo spazio di accadimenti fisici, un ring per lo scontro di energie. I poeti sono quelli che sono stati (o hanno rischiati concretamente di essere) battuti, arrestati, uccisi, per la loro poiesis. In Italia, pochi, con il predominio del canone della poesia-lamento-dell'io. La poesia non è dedicata all'io e non esprime l'io, se non come il pugile dedica a se se stesso lo scontro, e attraverso di esso esprime se stesso. La poesia non è discorso dell'io, ma è scuotimento, divincolamento del /dal linguaggio. La poesia avviene nel linguaggio, soltanto se intendiamo il linguaggio come una propaggine incuneata a sangue nella realtà.
La poesia è il prodotto invisibile di uno scontro di energie, così come dio è il prodotto invisibile della preghiera.
La poesia non vuole comunicare alcunché; lo fa, ma lo fa nello stesso modo in cui, di nuovo, il lottatore comunica qualcosa mentre combatte. Secondariamente e accidentalmente, di certo; e di certo il lottatore considererebbe oziosa una considerazione sul suo stile, mentre lotta: pensa a salvarsi, a uscirne con le ossa meno rotte possibile, così a poesia. Pensa a sgravarsi di se stessa, a rimettersi al mondo, e a rimettere al mondo il mondo, con uno sprint sportivo non avulso da estasi e dolore, un parto di sé attraverso l'utero e il vuoto.
La tentazione di parlare è in agguato dietro ogni angolo dell'ispirazione e del desiderio. Ma ogni cosa che intenzionalmente diciamo ci allontana da quella voglia smisurata, incontrollabile, illegale, che apre l'accesso alla poesia. Combattere animosamente contro l'inerzia che spinge a volere dire. Per voler dire, è sufficiente il dire, e un io. Per la poesia ci vuole il ring, l'infestazione, le botte, il sudore, il fiatone, la paura, la brama, stare sul bordo del limite tra gioco e tragedia.
Non è per forza la boxe, il paradigma ideale. Ogni forma di lotta ha idonea: le arti marziali orientali, la scherma, la capoera, i combattimenti rituali dei cervi. Nello spazio/tempo rituale si scontrano energie che, fuori da quel recinto, devasterebbero. Qui si gioca la partita, e non c'è mediazione, o compromesso, o rassicurazione. Non si muore, è vero, a meno che non si viva sotto una feroce dittatura - in Giordania oggi un poeta di venticinque anni è in galera perché ha scritto versi ispirati al Corano che virano verso allusioni erotiche - ma ci si può rompere il naso. E' necessario che questa possibilità sussista.
Stasera, da parte mia, leggo i versi di Mandel'stam.

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