sabato 2 giugno 2012

Militanza del fiore - Recensione di Simone Rebora

Pubblicata su retididedalus.it. 
Qui l'articolo integrale: http://www.retididedalus.it/Archivi/2012/giugno/LETTURE/5_cuppini.htm
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 Si avvale di un prefatore d’eccezione, la raccolta Militanza del fiore di Carlo Cuppini. E le parole di Adriano Sofri – certo non un letterato di professione, ma “scomoda presenza” della militanza tout court – possono essere scelte come epigrafe per questa breve rassegna: «Di tutti gli estremismi giovanili, la poesia è il più rischioso» (p. 5). 
Quattro giovani poeti: tutti esordienti (almeno in ambito editoriale) e tutti in vario modo legati al capoluogo toscano. Sono voci già affermate o ancora in cerca di una sicura identità, germogliate su terreni diversi e spesso non comunicanti, ma tutte accomunate da questo “estremismo”, dalla scelta della poesia come tramite per rapportarsi con la cultura e la società dell’oggi. 
Prima di Militanza del fiore, Carlo Cuppini si era già fatto conoscere su blog letterari come “Nazione Indiana” e “Absolute Ville”, pubblicando anche articoli e poesie sul “Nuovo Corriere di Firenze”. Non si tratta quindi di un esordiente a tutti gli effetti: e la sua prima raccolta dimostra da subito una marcata maturità – sia nella scelta dei temi che negli usi linguistici. Prima e più evidente cifra stilistica è la totale assenza di segni di punteggiatura (cui fanno eccezione un buon numero di slash), che esalta la costruzione ritmica del verso, spesso breve e frammentato – e la barra obliqua, in tal senso, diviene strumento per segmentare ulteriormente la versificazione. Parrebbe quasi 
giocare con il lettore, Cuppini, confondendo l’individuazione dei nuclei semantici e suggerendo al contempo diverse interpretazioni – o modi di lettura: 

[…] mi stendo nella pozzanghera nel corridoio / vedo 
scendere fiocchi di cemento / armato 
lievi sul corpo si sciolgono / cenere 
cammino tra la città e il bordo / del mare 
(p. 15) 

[…] ruotare agevolmente rosa dei venti / disfatta 
la festa / petrolio nel mare 
cavare / dagli occhi la testa 
(p. 149) 

Questa difficoltà di lettura testimonia la forte componente performativa di testi scritti appositamente per la recitazione, in un esercizio giocato sulla corporalità del lettore. A confermarlo, giungono anche le scelte tematiche, che pongono spesso il corpo al centro del discorso, dalla prima sezione intitolata «La funzione del corpo» (pp. 13-51), fino all’ultima, «Disorgana» (pp. 137-49), che descrive «11 coreografie» – memoria evidente della formazione teatrale del poeta, con il coreografo Virgilio Sieni. 
L’esercizio “corporale” della poesia conduce spesso a costruzioni sintattiche volutamente farraginose, al ripetersi ossessivo di formule e intercalari, non di rado sfocianti in vere e proprie nenie: 

nel buio del prima che 
la luce sia prima del 
prima del nome di 
ascolto esplosione 
(p. 94) 

[…] spegnere i riflettori / eccetera / le cose 
corona di denti sul cranio no / noi / guantanamo / noi 
eccetera / ci guardiamo negli occhi le cavità 
resti di civiltà / eccetera / fortificazione 
di denti a difesa dell’ultimo / eccetera 
sgomento possibile / eccetera 
salvo cambiare idea 
(p. 23) 

[…] angelo nebbia 
angelo col fanale 
angelo sminuzzato nel catrame 
angelo grana grossa dell’asfalto 
(p. 103) 

Nenia che scandisce una postmoderna preghiera, ma forse non così ferma e sicura, quando si spinge lo sguardo un poco più innanzi: 

[…] 
santa ogni pietruzza sotto il sole 
santa ogni pietra incarnata 
per essere qui in questo istante 
e sacro il silenzio e il rumore 
sacro il diradarsi della nube 
sacro il non colpire del proiettile 
destinato al petto di Bassem 
sacro il rallentare del cuore 
alla fine della corsa in fuga – 
invece dolore (p. 120) 

Perché la poesia di Carlo Cuppini (e torniamo qui al titolo e alla prefazione di Sofri) è poesia dell’impegno, poesia che non nasconde l’indignazione, che sceglie un confronto immediato con la cronaca e la storia – dalle dediche a Vittorio Arrigoni («Irreparabilmente») e Bassem Abu Rahme («zittito da un proiettile di gomma mentre a mani alzate parlava e sorrideva», p. 153), fino alla sezione – un poco discutibile, ma pur sempre godibile – dal titolo «Mameli Machine» (pp. 123-34), che servendosi di molteplici passaggi attraverso il filtro di “Google Translate”, realizza le sue «operazioni di disinnesco di un ordigno bellico»: l’inno nazionale italiano. Ma come già ampiamente notato, questo deciso impegno si accompagna a una ricerca poetica sempre libera e aperta, stemperandosi assai volentieri (ma non senza cognizione di causa) in una tagliente ironia. Ed è così che 

[…] l’ulivo va tagliato 
potrebbe servire al terrorista 
per nascondere l’arsenale 
per lanciare granate granaglie 
o grandi frittate 
(p. 108) 

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