martedì 24 luglio 2012

Viaggio in Viet Nam #3: preparativi

Oriana Fallaci rimase molto delusa dal Viet Nam comunista. I suoi reportage e i suoi scritti si possono leggere nel volume postumo Saigon e così sia. Arrivò ad Hanoi nel 1969, invitata dal governo di Ho Chi Min, dopo avere passato mesi nel Viet Nam del Sud per scrivere memorabili reportage di guerra, raccolti poi nel volume Niente e così sia
La Fallaci era innamorata dal Viet Nam del Nord, ma era troppo attaccata alla formula della libertà occidentale, che nel Sud le era garantita, nonostante la spietata dittatura del filo-americano Diem. Nel Sud poteva tranquillamente unirsi alle missioni dei soldati americani, e poi scrivere peste e corna della guerra criminale condotta dagli USA. Fu anche accolta su un aereo che andava a sganciare napalm sul delta del Mekong. Denunciò ferocemente il massacro perpetrato dagli americani a My Lai. 
Arrivata al Nord, però, iniziò subito a sentirsi a disagio, troppo stretta, frenata nella indispensabile libertà fisica, libertà di movimento. Seppe aggirare astutamente i tentativi astuti del generale Giap di censurare l'intervista che gli fece. E non acconsentì a farsi abbindolare dalle visite guidate e dalle strategie della propaganda. Però non poteva liberarsi fisicamente dalle due "custodi" che le avevano affidato e che la seguivano in ogni suo movimento, con un'aria severa e senza aperture umane, imponendole restrizioni assurde. Fin dalle prime righe della prima pagina del suo diario nord-vietnamita  si percepisce la delusione e l'insofferenza per un Paese nel quale aveva riposto tante speranze. 
Forse l'aspettativa che si era creata non era giustificata dalla realtà delle cose, perché non nasceva affatto dalla realtà, ma dalla sua propria esigenza di nutrire in sé certe aspettative. Tant'è che, finito l'amore per il Viet Nam comunista, spostò le stesse speranze sulla rivoluzione in Cambogia. Che di lì a poco avrebbe mostrato il volto più folle e feroce del comunismo asiatico, perpetrando sotto Pol Pot un vero e proprio genocidio. 
Eppure, anche dopo questa difficile permanenza, qualcosa dell'amore di Oriana Fallaci per il Viet Nam del Nord rimase immutato: la stima verso il leader Ho Chi Min. E' qualcosa che avviene suo malgrado. Ogni volta che ne scrive si percepisce il tentativo di legare il giudizio sulla sua figura umana alla condanna del regime da lui creato. Ma non riesce mai nell'intento. L'articolo scritto per L'Europeo dopo la morte di Ho Chi Min, per esempio, comunica attraverso ogni parola un'ammirazione sconfinata, uno stupore immenso per una figura che era allo stesso tempo semplice come un monaco e sfuggente come una volpe. E forse anche il rimpianto per non avere saputo decifrare, né minimamente penetrare, il suo mistero essenziale. Cosa che avrebbe permesso a lei e a molti di afferrarlo, smitizzarlo e – considerandolo finalmente nient'altro che un dittatore – disprezzarlo.

... la sua biografia così piena di avventure incredibili, pazze, che a volte scordi di leggere con essa cinquant'anni di storia e ti par di leggere un racconto per ragazzi, un meraviglioso fumetto sulla volontà umana. 
Oriana Fallaci, Storia di Ho Chi Min

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