mercoledì 25 luglio 2012

Viaggio in Viet Nam #4: preparativi

Dunque la pasionaria Oriana Fallaci rimane delusa dal Viet Nam del Nord. E se ne riparte dopo un tour di 12 giorni guidato e strettamente programmato dalle autorità. Ogni libertà le è negata, e questo la fa impazzire di rabbia. Può incontrare soltanto chi decidono le autorità. Non può scorrazzare liberamente per le strade e le campagne a qualunque ora del giorno e della notte, facendo domande a chicchessia. E' sottoposta a norme rigidissime e inderogabili, sempre sotto osservazione e sotto il controllo di due donne sospettose e indisponibili a instaurare il minimo contatto umano.

La Fallaci, nel Viet Nam del Nord, cerca proprio l'umano. Cerca qualcosa che la commuova. Cerca la fragilità e l'impotenza delle vittime. Invece trova ostentazione di certezze e di eroismi propagandati.
La indomita, irascibile, libertaria, individualista, narcisista Fallaci, nel Viet Nam del Nord, cerca la libertà individuale – e si stupisce che tutti vestano nello stesso modo e abbiano gli stessi comportamenti.
Cerca l'edonismo – e si stupisce che le donne non si mettano un filo di rossetto e sia così sciatte e "brutte".
Cerca l'aspirazione alla felicità e al piaceri – e si stupisce che non ci sia un bar aperto la sera e che tutto emani ai suoi occhi una noia mortale.
Cerca la libertà di pensiero – e si stupisce che la pensino tutti nello stesso modo e che tutti odino "pregiudizialmente" gli americani.
Cerca la libertà nei comportamenti - e si stupisce che il sesso sia un argomento tabu e che non si vedano in giro persone abbracciate.



Nel Viet Nam del Nord Oriana Fallaci cerca insomma l'America. Il paese dove vive e che veramente ama. Non cerca il Viet Nam, e non trova l'America. Non ha alcuna empatia etnografica. Si avvicina a un paese profondamente tradizionale e pre-moderno del sud-est asiatico senza porsi il minimo problema dell'approccio, del tipo di sguardo da adottare, delle modalità da inventare per un possibile incontro "a metà strada", della differenza culturale e antropologica.
Non ha nessuna intenzione di mettersi nei panni dei vietnamiti. Vuole che loro si mettano nei suoi: "Ma non vorreste più libertà??" "Ma non vi viene voglia di darvi un colpo di spazzola o truccarvi??".
Quindi non trova niente. E se ne va delusa, frustrata, arrabbiata, raoncorosa.

La Fallaci in fondo ama l'America, ogni sua frase lo testimonia. Ma l'America è troppo compromessa per poter essere amata senza riserve da una figura rivoluzionaria come lei è. E lei ha bisogno di amare qualcosa senza riserve. Per via del suo grande cuore umano, spesso evocato nei diari. Allora cerca un'altra America, un'America vittima dell'America se possibile, per poter amare appassionatamente l'America. Un'America che sia più America dell'America.

Sbaglia però a cercare questa America nel Viet Nam comunista, e tutto va storto. Fin dal suo primo giorno ad Hanoi inizia a nutrire un rancore verso tutto e tutti, perché non trova ciò che pretende. Il rancore cresce di giorno in giorno, per tutta la durata del suo soggiorno. E a questo punto, non potendo essere appagata nelle sue aspettative, vuole andare fino in fondo alla sua cocente delusione. Vuole distruggere completamente, in un colpo solo, l'immagine positiva del Viet Nam che aveva. Vuole tornarsene via con qualcosa: con un'immagine rovesciata dei vietnamiti, almeno. Vorrebbe arrivare a provare un odio conclamato e definitivo, per poter almeno odiare - nell'impossibilità di amare - senza riserve.
Si mette alla ricerca di ogni magagna, minimizza ogni sprazzo di vitalità e di bellezza che incontra, estende a un intero popolo il giudizio verso la manciata di persone che le vengono fatte incontrare, quasi dimenticando che la visione che le viene concessa è quella filtrata dal programma deciso dalle autorità. Ma ai suoi occhi tutti i nord-vietnamiti diventano esseri disumanizzati, crudeli, freddi, inespressivi, terrorizzati dal regime, mortificati nella dignità e nella libertà umane, sporchi, indolenti, assetati di sangue americano, guerrafondai.

Quasi tutti: la sua lucidità di giornalista a volte torna a prendere il sopravvento sul suo progetto di auto-risarcimento psicologico. Allora alcuni incontri con povere famiglie devastate dai bombardamenti americani, la visita presso un ospedale distrutto anch'esso dalle bombe, dove per azionare gli apparecchi elettrici e salvare vite umane i medici volenterosi si mettono a pedalare su biciclette, la vista di un bambino che spera che la sua gamba amputata ricresca come la foglia di un banano, la scoperta che i bambini vanno a scuola con una bottiglia piena d'acqua per spegnersi addosso le fiamme in caso di un attacco al napalm... tutte queste esperienze accendono in lei una momentanea (presto spenta) empatia per i vietnamiti del Nord.

Ma poi subito torna a ostinarsi nell'arrivare al fondo della sua delusione: domanda a tutti i soldati e soldatesse che incontra e che hanno abbattuto degli aerei americani se hanno ammazzato i piloti sopravvissuti. "No". "E' mai successo in altre zone, in altre province?", "Non che io sappia". Questa domanda la ossessiona. La ripete sempre, sempre le viene risposto "no", o "non credo". Ma lei vuole sentirsi dire "sì, abbiamo linciato furiosamente un pilota americano inerme". Ripete la domanda sistematicamente, e non vuole credere alle risposte che sente, non può crederci: quella domanda diventa la questione per lei più urgente e discriminante.
(Come se ci aspettassimo che i nostri i nostri partigiani si fossero fatti scrupoli ad ammazzare i fascisti e nazisti responsabili dell'oppressione e delle stragi...)
Quel "sì" le permetterebbe di considerare i nord vietnamiti bestie selvagge. Ma i vietnamiti la deludono anche in questo. E' costretta a imparare anzi che il Partito vieta risolutamente ai soldati e alla gente dei villaggi di uccidere i prigionieri americani.

Così, in chiusura del suo reportage, non le resta che scrivere:
"Il male è equamente diviso in quella guerra: gli elementari diritti delle creature sono infranti sia a Saigon che ad Hanoi, da nessuna parte della barricata v'è la risposta alle nostre speranze."

Nel suo culto del proprio ego - avventuroso geniale e ingombrante - la Fallaci sembra dimenticare qui che i vietnamiti avevano da occuparsi di ben altre faccende che non dare risposte alle sue speranze.

Alla fine di questa considerazione sul libro - interessantissimo e meravigliosamente scritto - Saigon e così sia, non posso evitare di domandarmi: che cosa cerco io, andando oggi in Viet Nam?

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