sabato 21 aprile 2018

"Il mondo senza gli atomi" e la questione del linguaggio

La questione ancora una volta è il linguaggio: contro di lui la rivolta, con lui la sfida, attraverso di lui il tentativo.
Riusciamo a pensare soltanto a quello che può essere detto attraverso il linguaggio, e quindi fissato, grazie alle sue strutture, in concetti. Di più: crediamo a tutto ciò che diciamo: se può essere detto – in un certo senso, in una certa misura – deve essere vero. Per quanto assurdo possa essere o sembrare.
"Cosa sarà di me dopo la mia morte?", "Io sono una persona", "Domani vado al mare" "Bisogna respingere i clandestini": frasi che, a ben guardare, non vogliono dire niente; composizioni di singoli elementi linguistici che, anche presi uno per uno, sono folli schematizzazioni linguistiche di esperienze complesse, inafferrabili e inenarrabili.
"Io sono un io?" Bisognerebbe partire da questa domanda, ogni volta che si comincia una frase con la parola "io". E qui non sto tirando in ballo la filosofia, ma la letteratura, e in particolare la narrativa e la poesia: cioè quelle arti che usano come materiale specifico di costruzione il linguaggio verbale. 
"Il blu è rosso", "Ieri andrò a cercare il mio doppio", "Giovanni viveva a Lucca e Piero a Lugano, ma entrambi erano la stessa persona." Queste frasi hanno meno significato delle precedenti?
"Il mondo senza gli atomi era un magma compatto...", "Il figlio del mondo era un piccolo mondo...", "Inutile respirare, se poi prelevano dall’aria i nostri stati di grazia...", "Eravamo saliti senza biglietto sull’autobus per il quinto pianeta...", "Avevamo installato missili in mezzo alla piazza per respingerli...": i primi cinque racconti del mio libro cominciano così.
La forza di una frase che si mantenga sul crinale tra senso e non-senso invoca con urgenza uno sviluppo narrativo che sfidi la logica comune, il modo di abitare il mondo - sentendoci "padroni in casa nostra" - attraverso catene collaudate di pensieri.
E mi rendo conto che la necessità è ancora quella, la stessa che mettevo in opera a quattordici anni con le prime prove di scrittura: spaccare il conformismo più sottile e insidioso, sfondare la rete dei concetti prefabbricati (istruiti da millenni di continuità simbolica del potere), strappare un anelito di vita, di grazia e di rivolta, dall'oltre di questa recinzione che riteniamo essere la casa comune.

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