martedì 7 agosto 2012

Viaggio in Viet Nam #7: Saigon e Tra Vinh

Saigon. Una citta` di sette milioni di abitanti. E dopo tre giorni ci sembra di starci da un anno, di conoscere ogni suo anfratto e angolino, di avere familiarizzato con ogni vicoletto, con ogni geco, ogni venditore che gira per le strade. Come mai? Questa citta` ha un`anima, una voce, un profumo. Ogni 5 metri cambia tutto, ma tutto e` sempre Saigon. Saigon, l`omogeneita` della discontinuita`. Saigon, parchi meravigliosi pieni di bonsai curatissimi, e topi che corrono tra i banchi del mercato. Carretti che vendono seppie grigliate per strada e alberghi lussuosi. Bottigliette di liquore con dentro grossi scorpioni e teste di serpente (cura l`impotenza e ogni altro male). Giovani che fanno tai-chi e vecchie che fanno fitness nei giardini pubblici. Ruderi di aerei americani abbattuti esposti qua e la` e scoiattoli volanti che si lanciano sopra la testa dei passanti accanto all`ex palazzo presidenziale. Manifesti di Ho Chi Min e statue di vietcong con i tipici sandali e cappello. Un ristorantino gestito da bambini strappati alla strada da un brav`uomo e un centro di massaggi tradizionali dove gli operatori sono non vedenti. Ovunque cappelli a cono, venditori di ogni cosa con biciclette assemblate nei modi piu` improbabili, carretti, riscio`, che si spostano di strada in strada. Pochi turisti. Pochissimi occidentali. Al mercato le ragazze cercano di rifilarti un vestito, un aggeggio, qualcosa, ma desistono al primo segno di diniego senza insistere, e senza smettere di sorridere. Se poi rispondi con una o due parole in vietnamita, *no, grazie, arrivederci* sembrano ancora piu` contenti che se tui avessero venduto un kimono di seta (a 15 euro). Saigon ci ha conquistati da subito. A Saigon abbiamo rinunciato al tour di tutte le attrazioni per dilungarci e perdere tempo nei vicoli, nelle strade, nei parchi, nel lungo fiume, osservando la gente, scambiando sorrisi e qualche parola. A Saigon niente e` andato storto. Nessuno ha cercato di fregarci, derubarci, sfotterci. Abbiamo camminato a notte fonda nei quartieri centrali, piu` sgangherati e bohemien, senza percepire alcun rischio. Nessuno ha cercato di gonfiare i prezzi e nessuno ci gha chiesto soldi per strada. A Saigon e` andato tutto liscio. Saigon, anzi Ho Chi Min City, come e` stata ribattezzata nel 1975, dopo la caduta del Vietnam del Sud, filoamericano, e l`unificazione del paese. Pero` tutti la chiamano ancora Saigon, e qui un viaggiatore il comunismo non lo percepisce proprio. Vitalita` e creativita` di giorno e di notte, ognuno sembra imprenditore di se stesso, con il proprio lavoro inventato. Qualche poveraccio che raccatta la roba dai bidoni o si butta nel fiume melmoso per raccattare una lattina vuota (che se ne fara`?). Qualche mendicante. Ma il comunismo cosa fa?
Se non toglie i poveracci e i bambini dalla strada allora a che diavolo serve? Solo a imporre regole assurde? Qui in effetti sembra che non vigono neanche quelle. Qui sembra che ognuno faccia quello che gli va come in nessun altro posto al mondo. I poster sbiaditi con la faccia di Ho Chi Min che celebrano i 65anni da non ho capito quale evento rivoluzionario non bastano a bilanciare il senso di capitalismo arrembante che emanano i grattacieli slanciati in forme futuribili che delineano il nuovo elegante skyline di Saigon. Per il resto, mi aspettavo di trovare cimeli e riproduzioni dello *Zio Ho* ovunque, in ogni casa. Invece no, assolutamente no. Invece in ogni casa, in ogni negozio, in ogni albergo c`e` un altarino buddista, dedicato sia al budda che ai morti di famiglia (a quanto posso capire). E, oltre alle candele e all`incenso, ai morti vengono offerti quotidianamente cibo e bevande. Frutti giganti, merendine confezionate, braciole, spezzatino, the, caffe`, acqua. Poi, dopo qualche ora il cibo e` aparito. Che fine ha fatto? L`avranno mangiato i morti? Non ho trovato nessuno a cui chiedere delucidazioni. Abbiamo lasciato a malincuore Saigon, sapendo che ci torneremo presto per prendere l`aereo per l`Italia. E torneremo al mercato coperto a comprare un sacco di ninnoli meravigliosi. E andremo a vedere  il Museo della Guerra, che distratti dalle meraviglie della citta`, in questi giorni non siamo mai riusciti a raggiungere in tempo, prima della chiusura.
Da tre giorni ci siamo spostati nella regione del Delta del Mekong, in un piccolissimo villaggio, Tra Vinh, dove siamo gli unici occidentali e nessuno parla inglese. All`agenzia turistica ci hanno risposto "Qui non ci sono attività turistiche perché non c'è turismo". Dunque niente romantici giri in barca sul fiume, niente visita di rito ai mercati fluviali. Abbiamo invece affittato un motorino e abbiamo girato in lungo e in lartgo per due giorni tra risaie, pagode abitate da giovani monaci della minoranza dei khmer krom, che si sentono cambogiani e praticano un tipo di buddismo diverso da quello diffuso in Vietnam, zuppa di manzo e spaghetti di riso con germogli di soia a pranzo e cena, frutta gigante, smisurata, che cresce ovunque, vitelli, galli, galline, galli da combattimento, gechi sempre e comunque, topetti qua e la`, gente sorridente, comunicativa, che dice "hallo", luminarie a forma di dragoni e di falci e martelli, gente scalza, gente mezza nuda, bambini e ragazze vetiti con bellissime, lustre uniformi della scuola o di lavoro, un incredibile tempio dello zio Ho, un vero sacrario all`interno di un bellissimo parco di bonsai, costruito qui, nel cuore del Sud, 4 anni prima della Liberazione, quando il Sud era dominato ancora dallo spietato dittatore cattolico Tieu.
Ci sarebbe molto, troppo da raccontare di questi tre giorni a Tra Vinh. Siamo pieni di emozioni e visioni, sguardi, volti, mezze parole... Ma credo che qui il piccolo internet point di cristiani (Gesù, Madonne e Ratzinger alle pareti, insieme ai gechi) stia chiudendo e devo levarmi di torno. 
Domani ripartiamo per Saigon (e bisognerebbe parlare dell`autobus che ci ha portati qui e ci riportera` là, dove si sta tutti distesi, in tre file di sedili su due livelli... sleeping bus). Da Saigon ripartire subito alla volta del Nord, facendo tappa a Na Trang (mezza giornata nella localita` balneare piu` cool del Vietnam) e ad Hoi An, che tutti ci dicono essere meravigliosa.
Le parole di Terzani e della Fallaci, che raccontano lei la guerra, lui la presa di Saigon, ci accompagnano costantemente, in piccole dosa, ricordandoci da dove viene questo strano paese, che cosa ha vissuto, che cosa sta dietro le mutilazioni che a volte vediamo nella gente che passa.

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